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Rassicurato dalla desolazione del luogo, che affonda lento nel suo verde intenso, Fabio dà le spalle alla strada per girarsi verso un parcheggio di camper. Uno di essi, parcheggiato pochi metri più in là, decide di fargli notare con gli abbaglianti che il suo spettacolo frontale di scarico liquidi non è gradito.

Immortaliamo questo prezioso momento con un autoscatto. In quel momento, una graziosa ciclista compare, ci sorride e sfreccia via sulla sua bici da corsa. Ad anatre e folaghe subentrano per la prima volta i gabbiani.

Su di esso i gabbiani prendono il sole, ci osservano e con cortesia ci lasciano il passo. Il vento, sempre dritto in faccia, raggiunge una violenza tale da rendergli preferibile qualsiasi salita. La fine della diga sancisce il nostro ingresso in Ellemeet, grazioso paesino dove le urla del vento appaiono lontane, e tutto comunica riparo, riposo e protezione.

Chi sono Philippe e Mireille? Ma è ovvio, una coppia di ciclisti hippie, con tanto di carrelli al seguito e bandierine varie. Una marea di pacchi e bagagli imbustati. Lui ha le unghie dei piedi nerastre e lunghe, che spuntano dai sandali.

Poi si allontana a pisciare nel prato, e capisco che la puzza viene da Philippe. Ci vedono, si fermano a mangiare con noi. Sono simpatici, ci salutano con larghi sorrisi, come fosse un incontro programmato da sempre.

Ci raccontano qualcosa di loro, alternando inglese, olandese e francese: Mireille è una quarantenne di Rotterdam dal corpo magro e solcato da pioggia, vento e sole. Pranziamo insieme su un tavolino di legno, mentre il cagnone sonnecchia legato a un albero, e ci scambiamo gli indirizzi.

Finiamo il nostro prestigioso menu a base di good noodles al pollo e zuppa di pomodori, tutta roba che essendo liofilizzata risulta praticamente eterna e necessita solo di acqua calda. Una benzinaia brutta mi dice di servirmi alla fontanella fuori, mentre il suo mastino mi fissa.

Nel verde prepotente spicca il volo un airone cinerino. In un recinto poco più avanti, due stalloni litigano impennando gli zoccoli. Anche questa ha il campanile sinistramente inclinato in avanti.

Ci fermiamo a fare provviste a un supermercato. Ma per arrivarci, resta ancora da superare un tratto panoramico sul mare costellato di gusci di ostrica e battuto dal vento furioso. Una panchina su una lingua di terra che si sporge nei flutti è ottimo pretesto per una foto con autoscatto, vicino a un insensato monumento ai pompieri.

È ancora tardo pomeriggio quando facciamo il nostro ingresso in un campeggio surreale: Nessun essere umano, nessun essere vivente.

Proseguiamo dentro non senza una certa perplessità, fino ad arrivare in un praticello ben curato dove sono disposte con estrema regolarità una dozzina di roulotte. Al centro di esse, uno spiazzo con un tappeto elastico. In fondo, giochi per bambini, un fagiano e dei polli scappano via dal nostro sguardo. La pelle della sua fronte ha una colorazione irregolare. Anche qui ci aspettano ragni enormi nelle docce. Tiriamo fuori le provviste dai pacchi: Il campeggio è completamente aperto, dietro una siepe piuttosto rada si spalanca una prateria estesa, dopo di lei il mare.

Sarà questo che rende il cielo più ampio che altrove, tingendolo di mille colori diversi. La notte passa fredda e umida.

Nel dormiveglia della tenda, io sento il fragore delle onde, Fabio sente il rombo dei camion della statale vicina: La mattina si dispiega su un livello filosofico-esistenziale: Gli incontri di apertura cosmica sono solo superficiali? Abbiamo bisogno di un posto in cui tornare e di punti di riferimento? Happiness is real only when shared? Passiamo sotto una serie di enormi pale eoliche, mostri bianchi apparentemente silenziosi: La fine della diga ci riserva un ultimo tratto ventoso, niente in confronto alla giornata di ieri.

Le onde sono discrete, il muco fluisce dalle narici. Deviamo per Breezand nella speranza di accorciare il nostro tragitto prendendo un traghetto da Rancho Grande; per arrivarci, percorriamo una bellissima strada che costeggia la baia, a destra filari di alberi, a sinistra surfisti che sfidano le onde olandesi. Arriviamo al molo per trovare soltanto quiete e desolazione: Proseguiamo per Schotsman , piccolo borgo residenziale che rivela i profondi legami culturali e storici tra Olanda e Scozia: Si continua costeggiando un bosco, fino a un chiosco subito prima della quarta e ultima diga: Per dessert, lo chef consiglia Magnum alle mandorle, e la sana dieta del ciclista anche oggi è rispettata.

Dopo un dedalo di stradine nei campi facciamo il nostro ingresso trionfale nella bella città di Middelburg, le cui strade sono scandite da ferrovie e canali. Una libreria piena di gabbie rumorose suggerisce di aiutare i pappagalli comprando un libro. Mentre sorveglio le bici in attesa che Fabio faccia la spesa, passa una quindicenne che pedala disinvolta e noncurante della minigonna vertiginosa, causando torcicollo di gruppo.

Imbocchiamo una ciclabile alberata in scioltezza, che ci porta fuori da Middelburg e dentro un nuovo, violento acquazzone; ormai insensibili alla pioggia, sorpassiamo in agilità un paio di skater impacciati, per essere sorpassati con altrettanta agilità da una vecchietta in sella alla sua bici da passeggio.

Sic transit gloria mundi. La pioggia se ne va ancora una volta, dopo aver colpito a freddo, e noi accompagniamo un canale fino al suo suicidio in mare a Vlissingen, dove ci si imbarca sul traghetto per superare il fiordo di Anversa.

Con un filo di rimpianto per la brevità della piacevole tratta arriviamo a Breskens, città non bellissima, ma già in odor di Fiandre.

Prendiamo quindi una ciclabile che parte dalla statua di un enorme pinguino arancione più in là troneggiano fiere alcune teste di pesce blu delle stesse dimensioni ; dopo aver passato palazzi intensivi orrendi con la pretesa di ricordare tardivamente verso il decimo piano gli edifici tradizionali olandesi coi tetti spioventi, e dopo aver molestato fotograficamente pecore obese, ci ritroviamo su una pista che si inoltra per campi. La Maledizione del Pinguino Arancione comincia a fare effetto.

Subisco un processo di antonellizzazione, con gli occhiali da sole che finalmente ha un senso inforcare e che mi rendono Venditti. A metà di un campo giriamo in una parallela sterrata.

Schoondijke è un paese brutto e fantasma. Entriamo in un locale il Café Bon Ami, per chiedere nuovamente informazioni: A dispetto di quanto indicatoci dal fiero pollame poco prima, ci dicono che il campeggio che cerchiamo non esiste più da anni, nonostante sia rimasto ancora indicato su Google.

Belcazzo diventa automaticamente Belcazzinculo. Si pensa addirittura di tornare a chiedere ospitalità al vecchio pollo stridente, ma è ormai lontano, forse già a cena, forse perso nei suoi campi, forse chioccia coi suoi simili.

Nella piazzetta principale, ci sentiamo dire che non ci sono campeggi nelle vicinanze, e che due alberghi su tre sono pieni. Il terzo, non sanno. Molto più ospitali, decisamente troppo, le due tardone al bancone, evidentemente lacerate dalla necessità annosa di presenza maschile. Al nostro ingresso, le baldracche cinquantenni diventano tutte sorrisoni, al punto da destare in noi seria preoccupazione.

Il resto della clientela del posto sono attempati giocatori di videopoker dal fare bovino. Alla radio spopola il remix di I will survive. Un ostello con vista mulino. Pensare che le mie infradito che per gli ultimi due giorni sono state la chiglia della mia bici, montate sul portapacchi anteriore e incastrate sotto al sacco a pelo o alla spesa, esposte a vento, intemperie e pioggia battente, ora siano in una cabina della doccia che conterrebbe persino Giuliano Ferrara, a fianco di asciugamani puliti che non dovremo stendere ad asciugare noi, e a gel doccia e shampoo dai sapori inediti che rimarranno qui per la prossima doccia di vaccone teutoniche, ecco, pensare tutto questo ha un gusto particolare.

Ci svegliamo presto, e scesi giù troviamo una sontuosa colazione salata che la sorella del roito occhialuto ha preparato per i simpatici gay italiani: Lasciata Ijzendijke, siamo sorprese da uno scroscio improvviso, ma ormai la pioggia non ci fa più alcun effetto, e si parla allegramente del più e del meno sotto le secchiate continue, mentre si sorpassano corridoi alberati lastricati di inspiegabili sanpietrini.

Tra canali e deviazioni ciclabili, dopo averlo lambito e accarezzato per una ventina di chilometri, arriviamo al confine con il Belgio, trovandoci in un surreale passaggio pedonale dove non è né Belgio né Olanda. La ciclabile, stufa del paradosso, torna in Olanda, e passiamo più in là il confine senza che sia segnalato, se non dalla presenza di targhe e cartelli in fiammingo.

Il passaggio del confine segna un altro stacco netto: I primi passi che tocchiamo oltre il confine sono Zelzate, Wachtebeke e Moerbeke. Meno amore per la terra. Le case tradizionali fiamminghe sono bomboniere decorate a mano in ogni minimo dettaglio.

Mi sveglio, qualcuno mi ha rubato il cellulare lasciato a caricare al bagno per la notte. Foto perse, sim persa. Una buona occasione per misurare la propria indipendenza dalla scontata tecnologia quotidiana.

Gent ci regala una giornata di sole proprio nel giorno in cui scegliamo di inoltrarci per i suoi vicoli a piedi. E si offre nel modo migliore che conosce: La meticolosa geometria a piramide delle case fiamminghe crea un contrasto con le inclinazioni che rendono imperfetti i campanili nordici.

Ci fermiamo alla Graslei, una famosa cioccolateria davanti a Lorelei. Le vie sono brulicanti di shopping. Entriamo in una grande libreria: Dopo un pranzo zozzone a base di sandwich, ci fermiamo in un grazioso caffè dalla graziosa proprietaria, dove usiamo i nostri acquisti per fare il punto della situazione. Tutto è eccellente e di abbondanza epica, a partire dal mezzo chilo di cous-cous con un agnello che ci galleggia dentro.

Chiacchiere in inglese, ricordi condivisi, mentalità nordiche. Usciamo da Gent non senza qualche difficoltà, prima costeggiando la ferrovia, poi inoltrandoci in ciclabili a bordo canale interrotte per lavori in corso, infine raggiungendo i placidi flutti dello Schelde, che risaliremo fino alle terre francesi.

Dagli scialbi sobborghi di Gent, come Merelbeke, Nazareth ed Eke, si evincono due cose: Sinaai, Nazareth, manca solo Golgota. Arriviamo in scioltezza alla bella Oudenaarde, vivace cittadina dominata da un imponente duomo seduto a guardar scorrere via le acque dello Schelde.

Ci fermiamo qui a fare provviste: Ancora edifici in stile fiammingo che sembrano usciti dalla favola di Hansel e Gretel, una piazza brulicante di botteghe, una doverosa sosta-pranzo a causa di uno scroscio di pioggia passeggera, sotto una serie di gazebi con tavolini, condita da quattro chiacchiere con una coppia di trekker, e si riparte.

Stormi di anziani ciclisti si sistemano le maglie color evidenziatore che non porterebbero in nessun altro caso, in prossimità dei loro attrezzatissimi furgoni. Non tutti quando li saluti sorridono. Le prime in assoluto dal mio sbarco a Rotterdam. Ma sbagliamo uscita, continuando in cerca di una ferrovia invisibile alla quale svoltare finendo su un lungo rettilineo in salita.

Un attimo di pausa dalla dura e inaspettata salita, il tempo di scartare una strada alternativa sul crinale perché troppo accidentata, e si scende alla velocità giusta per asciugare il sudore col freddo della sera imminente. Qualche chilometro di campagna in mezzo allo stallatico, un ultimo strappo in salita e arriviamo finalmente al bel camping Panorama, adagiato sulle dolci pendenze collinari di fronte a un grazioso reattore nucleare.

Alla reception, due donne di età indefinibile con la vaga parvenza di coppia lesbica, insieme a due bambini, magri, biondi, educati. Sono entrambe molto gentili, e ci indicano la piazzola dove piantare la tenda, che è in fondo alla discesa, subito sopra a un pollaio. Il gallo di turno ci guarda montare, e non indietreggia.

Dietro la sera fiamminga, la centrale nucleare è mostruosa. Luci rosse testimoniano la sua mole anche nel buio. Ci rendiamo involontariamente invisi agli abitanti del campeggio per n. Ma subentra la silenziosa solidarietà omertà maschile tipica dei bagni dei campeggi, per la condivisione di odori e rumori. Facciamo appena in tempo a chiudere la tenda, che la giornata fino a quel momento serena cede il passo a una pioggia fitta e generosa che ci delizia col suo ticchettio sulla tenda per tutta la notte.

Ci svegliamo che tutto intorno a noi è imperlato della pioggia notturna, e i nostri propositi di partire prima delle scorse mattinate, cementati dalla sveglia alle 6. Riusciamo comunque a lasciare il campeggio per le nove e mezza.

Incrociamo una gara di ciclisti, fretta atletica e numero sul manubrio. Non hanno tempo nemmeno per salutare.

I movimenti nel gruppo sono compatti, le distanze minime. Oggi è il turno della chiatta Salvia , che sorpassiamo un paio di volte. Di nuovo campagna color verde intenso, la nostra rotta segue il nastro grigio della ciclabile che divide il prato dal fiume. Il attendait les nuits sans lune - Quand il fait sombre, on passe bien mieux.

Lâchez tous les chiens Et puis planquez-vous Au fond de vos cabanes. Poco importa la linea sulla cartina, per me il confine rimane quello. Proseguiamo ancora per un rettilineo, e da un signore che porta a spasso al guinzaglio un cane e la sua tranquillità otteniamo la conferma di essere alle porte di Roubaix, e ci inoltriamo per una periferia di casette fitte di mattoni rossi.

Una radio gracchia flebile, bambini in tute di sottomarca giocano per strada, a coppie o in gruppo; la sorellina maggiore aiuta il più piccolo ad attraversare la strada. Le case sono sempre fitte, sempre di mattoni rossi, le porte sembrano spiare i passanti. Una famiglia di nomadi brucia delle cassette di legno davanti alla loro roulotte. Questa zona lascia scoperto un volto inedito della Francia, che nelle sue contraddizioni architettoniche e sociali dimostra un carattere forte.

Su Rue de Metz, un uomo appena uscito da casa sua, una porticina verde che lascia intravedere delle scale piuttosto strette, ci dà delle indicazioni per Lille: Condividiamo parte del percorso con una famigliola in bici, i due bambini sul seggiolino dei genitori sono entusiasti della nostra ingombrante presenza, e ci salutano a più riprese.

Incrociamo un gruppo di ragazze slavate, e accanto una Peugeot con quattro mariuoli maghrebini accosta improvvisamente: Altri giri per vicoletti e case antiche, e ci fermiamo alla Citadelle, un tempo fossato di difesa, oggi promenade alberata e fitta di chioschi e giostre. Il sole è forte, e la gente ne approfitta. Aspetto vagamente mefistofelico e sorriso buono, Flo ha scelto di scortarci con la sua bici da Lille fino a casa sua a Don, un paesino 16 chilometri più a sud.

Tanto per mettere le cose in chiaro. Passeggiata lungo il fiume al tramonto, aironi e svassi nelle acque tranquille. La sua quiete irreversibile ci regala un sonno di una profondità ormai dimenticata nei lembi umidi della tenda, e stacchiamo completamente la spina fino al mattino successivo.

Passiamo un circolo di pesca. Lens ci spenna, le regaliamo venti euro di spesa, venti di cartine e venti di carta sim francese. Lens punteggiata di pompieri e poliziotti, dispiegati in un inspiegabile corteo attorno a un edificio della piazza centrale, senza alcuna emergenza apparente. Un poliziotto fa la linguaccia a un automobilista. Uscendo dal centro abitato, campagna deserta e verdissima, piana sconfinata. Qui ci fermiamo per una pausa-pranzo, e mentre siamo seduti al tavolo di un bar un artista di strada ci avvicina porgendoci due smisurate pagnotte, spiegandoci di averle prese nella spazzatura: Pranziamo con le nostre provviste al tavolino di un bar in cambio di un caffè; qui tutti sono gentili e accoglienti con chi viaggia en velo.

Piste ciclabili — Man mano che si va a sud, sono sempre più disordinate, frammentarie, infine assenti. In Olanda è una cosa assolutamente normale, quindi ti ignorano; in Francia diventi il loro eroe. La campagna diventa sempre più bella, si passano innumerevoli paesini in andatura strozzata o vivificata dal saliscendi.

La pioggia torna a farsi sentire: La affrontiamo con entusiasmo, la prima discesa sotto la pioggia scrosciante ti fa sentire vivo, poi dopo trenta chilometri di secchiate in faccia alla sensazione di sentirsi vivi subentra la voglia di restarci. La gelida regolarità delle croci cristiane è sporadicamente interrotta da qualche lapide a minareto appartenente a soldati musulmani, in un rapporto di sette, otto a trecento.

Le salite sono sempre più lunghe e pesanti, e si alternano con un certo sadismo a discese sempre più esaltanti, pedaliamo in una quadricromia esasperata, verde giallo marrone e grigio. Gli autisti dei rari TIR che incontriamo salutano con cenni della mano. Dipende solo dalla stagione. Ormai prossimi al cedimento, sostiamo in un bar. Da dietro la spalla del papà, una bambina ci saluta.

Ci spiega due o tre cose del campeggio, poi ci lascia praticamente soli nel suo fazzoletto di erba bagnata. Ma Waterworld non ha ancora finito di esigere il suo tributo: Poi è il turno di Fabio. Assisto a uno spettacolo unico: Nuovi quaqua disperati, sommersi da altri quaqua prepotenti.

I quattro sembrano far finta di non conoscersi, i loro giri si allargano di raggio, poi la femmina spicca il volo e si allontana. Qualche minuto dopo, Fabio torna dalla doccia, con una nuova idea: F — Io riconosco de esse hardcore quante te pare, ma stavolta abbiamo superato qualche limite. Sta cosa de mettese addosso i vestiti bagnati, non avevo considerato la digestione, insomma, abbiamo esagerato. La cena è a base di scatolette e capelli bagnati, la notte fredda e densa di sogni assurdi.

Il fianco offerto in pasto al nudo cemento non aiuta, certo. Il pensiero di dover smontare la tenda la mattina presto, prima che arrivi il Caro Vecchio, nemmeno. Notte permeata da umidità a livelli insopportabili, sveglia alle 6. Il saliscendi altimetrico incide su quello umorale, che ritempriamo con dolci fatti in casa in una leggendaria boulangerie in un paesino semi-disabitato, dove una vecchia toglie le erbacce dai caduti del quattordicidiciotto.

Dopo cinque dolci e tre pain au chocolat , ripartiamo gonfi di zuccheri. Rinforza poi il suo invito a non andare spiegandoci che in Francia si valuta la qualità dei campeggi assegnando delle stelle, e, pensate, quello non ne ha neanche una, e che nel loro paese è un fatto inammissibile.

La fissiamo con i nostri bravi volti da troglodita. Ci fermiamo a fare provviste in un supermercato e a utilizzare la connessione internet di un McDonald, al costo di un caffè e di un cappuccino.

Immerso nel verde di Ayencourt, il campeggio ha tre stelle ed è assolutamente pulito: Più giù, lo stagno ricco di gracidii. Tutto è immerso nel verde e nella pace, a parte qualche animale che forse è un vitello, e che si lamenta capriccioso, cui segue la risposta di anatre irridenti.

Dopo le minacce iniziali e qualche sibilo di avvertimento, le pennute si danno alla fuga. La notte è più umida del previsto, e dopo la bella serata di ieri non mantiene le promesse; vestiti bagnati e nuvole che velano il sole fino a poterlo vedere fissandolo, come una sfera bianca.

Attraversiamo la solita schiera di paesini abbarbicati intorno ai campanili delle loro chiese gotiche, archi a sesto acuto semidiroccati, nascosti da boschi fitti e densi di brina, nonché dalle pisciate di Fabio. Ancora dei tratti spettacolari di nulla giallo e verde, nuvole di diversa altezza vicinanza e compattezza rivelano i loro intenti pioviferi in maniera minacciosa ma vaga.

Distese di fascino mozzafiato, leggera discesa tra i campi di verde appena germogliato, tra Le Neuville e Érain, e tra Avrigny e Sacy Le Grand.

La pioggia, rassicurata dalla rinnovata quiete umida tutto intorno, riprende. Superiamo una salita dolce e costante in rettilineo, a parte noi esiste solo il bosco. Arriviamo quindi alla graziosa Cinqueux, dove è tutto chiuso. Scendiamo fino a Rieux, conclusione morale del nostro viaggio ciclistico. Da qui in poi è cemento, zone industriali e rotatorie trafficate. Cumuli di immondizia e giocattoli usati. In prossimità di Villers St.

Dopo aver sbagliato strada un paio di volte, superiamo il fiume ed entriamo a Creil, pittoresco esempio di borgata abitata da un mosaico sociale di gente di ogni ceto, provenienza e religione. Solo il traffico di St. Maximin ora ci separa da quella che abbiamo eletto la conclusione effettiva del nostro viaggio in bici, la città di Chantilly. Oltretutto, per entrare da quel lato saremmo dovuti partire da Bordeaux.

Quasi senza crederci, poggiamo i piedi e le ruote sulla banchina del binario. Siamo arrivati a Parigi. Non ci faccio caso, e continuo a pedalare tranquillo.

Per giorni le ho inventato al telefono delle tappe sulle Alpi, raccontato di epiche scalate tra i monti, di panzoni bavaresi e di birre Weiss.

Il furto del cellulare a Gent ha solo facilitato i miei alibi. Nel frattempo superiamo la Senna, Notre Dame, arriviamo a Montparnasse. Parigi è espugnata, il Piano riuscito, grazie anche alla preziosissima collaborazione di Giulia e Fabio. Da questo momento in poi, la polvere della strada accumulata nei giorni scorsi si colora dello splendore delle luci dei lampioni, la bici piena di adesivi e di chilometri smonta le pesanti borse per mescolarsi alle tante da passeggio che intersecano le loro traiettorie nei boulevards parigini, si cambia registro.

Al centro del corteo, una bici a due piani con un impianto stereo che manda Manu Chao; al suo fianco, una nonnetta su una graziella ornata di fiori in calzamaglia giallo limone; un agile negro mi saluta enfaticamente, quando vede gli adesivi sulla mia bici vuole sapere tutto del viaggio, e moltiplica la sua naturale esaltazione. Tutti urlano ritmicamente velorution con immancabile accento parigino. Alcuni motociclisti provano a sorpassare con gesti rapidi e nervosi, e vengono ostracizzati dal corteo con urla e fischi.

Il pranzo è davanti St. La serata, invece, si preannuncia surreale già a partire dalla presenza di Patrizia e del suo leggendario amico Paolone; i due ci conducono infatti in un baretto nei pressi di Menilmontant, dove il cous-cous è servito gratis in condizioni igieniche quantomeno discutibili, si fanno jam sessions manouche e dove soprattutto scorrono fiumi di vino rosso. Ma torniamo al Cascada: Me lo immagino fare la fila alle poste o pagare il macellaio.

Allo stereo, rimbomba Chuck Berry. Una voce femminile ripete insistentemente plus de trains direction Dauphine. Nel frattempo, un giovane sconvolto divora avidamente un panino, lasciandone più di metà per terra. Le merguez chiedono pietà, lasciate sul pavimento immangiate. Lui non si accorge di nulla. Due marocchini si picchiano davanti a me, davanti a un me inebetito che non si preoccupa nemmeno di scansarsi dai loro cazzotti a pochi centimetri dalla sbarra sulla quale poggia il mio naso stanco.

Un rasta e un chitarrista ambulante provvedono a dividerli. Si parla di integrazione, di razzismo, di noir , di français , di maroquin. Ma non comprendo molto. Prendo un bus notturno fino a St. Paul, i vetri appannati dal nubifragio. Legata la mia bici, mi concedo una colazione a Bd. Trasferisco borse e bagagli al sordido alloggio vicino alla stazione, il cosiddetto Hotel LaFayette.

Il pranzo invece è a base di cr ê pes in un grazioso localetto a due piani su rue Mouffetard, in compagnia di Chiara, Giulia e di alcuni suoi amici napoletani. Mentre attraverso il quartiere latino, incrocio un comizio di sostenitori di Sarkozy: Paolone è sfinito dalla mole del museo.

Ci facciamo un giro per Saint Denis, poi tè alla mente e dolci vari le roses al miele alla Zazou Glaces, dove ci serve un vecchio ebreo dalla barba lunga e bianca; quello più giovane, dalla barba lunga e nera, è interessato al ciondolo afghano di Patrizia — o alle sue tette.

Si festeggia con piatti di verdure bollite e vino rosso, musica dal vivo e discorsi di vecchi carismatici in carrozzella: Poi un gruppo di musicisti assai eterogenei attacca con la musica, alternando Lemon tree , Englishman in New York di Sting, Wonderwall degli Oasis, e Dirty old town dei Pogues.

A fine concerto, cala un silenzio commosso, e gente di tutte le età si raduna nel cortile esterno, per intonare in coro delle vecchie canzoni patriottiche francesi al suono di una fisarmonica. La sera, porto la mia bici a intralciare i passi fitti di chi festeggia in Place de la Bastille. I poliziotti sorridono e fumano sigarette dietro i loro blindati.

Torno dopo tanti anni a visitare il Cimitero di Père Lachaise con Paolone. Jim Morrison e Oscar Wilde si trovano seguendo le file di persone che fanno slalom tra le tombe, assetate di mito immobile: Vicino al bloccone squadrato che sta-per-Jim, un albero pieno di gomme da masticare appiccicate con citazioni scontate e ripetitive: La più significativa resta Bye Jim — your friends from a desperate land — Siria. Germain per il fratello di Paolone, e alla riparazione del portapacchi della bici, che con le buche parigine ha perso tutte le viti: Nel frattempo, il mio ginocchio si fa sempre più gonfio.

In mattinata, vado a informarmi dei treni per il ritorno: Accompagno Chiara a Ivry-sur-Seine a cercare un appartamento per i suoi genitori, che verranno a giugno a trovarla.

Scesi dalla RER, ci avventuriamo nel sobborgo parigino: Oggi in Francia è festa nazionale, e le strade sono deserte: Ivry tiene aperte solo le strette necessità delle comunità di immigrati, ai quali della festa nazionale importa poco, e che quindi si aggirano a gruppetti senza meta. Umido e grigio anche oggi.

Un gruppo di indiani osserva fisso il tabellone delle partenze insieme a me. Il binario del treno per Ginevra ancora non compare. Ancora una volta intruso in una microcomunità urlante e allegra, mi siedo al mio posto: Ma circa cinquanta indù di tutte le età e di tutte le varietà possibili di voce me lo impediscono, con battute e racconti e ironie che non posso capire. Il loro idioma, mista a un inglese a stento comprensibile e cadenzato, mi raggiunge anche attraverso la gomma. Ai sedili della fila davanti alla mia, si forma un assembramento attorno a quella che deve essere una guida o un professore: Risate di intensità variabile a ogni intervento.

Rinuncio definitivamente al sonno. Suoni gutturali, voci aspirate e strozzate, risate acute e frenetiche. Nel frattempo il ritardo si accumula e la mia coincidenza da Ginevra per Milano scivola via. Quando scendo a Ginevra, scopro che il mio è diventato un caso nazionale svizzero: Col favore degli operatori ferroviari e col tifo degli indiani raggiungo Losanna: La strada ferrata si snoda attraverso i monti, e le curve inclinano la visuale sul lago.

Sprazzi di neve in cima, e cielo azzurro. Di nuovo in Italia, si costeggia il lago di Como e i suoi stupendi isolotti. Prima città di casa, la D per antonomasia: Resta soltanto da smontare la bici e inserirla nella sacca. Il sole affoga in un cielo milanese inaspettatamente sereno, mentre salgo sul treno per Roma. Tra i loro Apple, Kindle, I-phone, I-pad e I-pod, io che ho perso per la strada telefono, salute, chili e ginocchia, con la mia I-penna annoto queste righe sulla mia I-genda.

Il touchscreen è appiccicoso e unto. Roma Trastevere — Alba. Attendo il treno sul quale già è salito Federico al solito binario di Stazione Trastevere, madrina di tutti i miei successi e fiaschi ciclistici. Scatto una foto alla mia bici carica per prendere una graziosa roscia seduta sullo sfondo. Salgo sul treno, carichiamo, tutto avviene in perfetto orario, tutto fila liscio. Federico impreca per il sole che sarà già cocente quando monteremo in sella.

Il convoglio si ferma, forse per consentire al conducente una prova microfono, interrompendo senza troppi complimenti un impotente Wagner.

Tanto a noi ce piace, allungà. Mentre già siamo in procinto di tirare giù le bici dai vagoni, il capotreno riceve una chiamata al cellulare: Il militare lentigginoso si è già allontanato, diretto alla sua corriera per Bagni di Tivoli. Pochi chilometri dopo, il treno si ferma di nuovo. Palombara mostra una geometria concentrica perfetta, disposta a gironi digradanti con un castello anzi, un maniero: Quindi, chi la spunterà?

Nonsolointimo, Nonsolostampa, il meglio delle donne… e non solo, oppure Franca — parrucchiere, da Marzia — alimentari, Giovanni — macelleria, Pasticceria da Nina?

Dopo aver decimato le risorse di albicocche di Moricone da provare: Lei, come se stesse per rivelare un segreto ormai noto, ci invita a guardare là dove ci indica dal belvedere. Dopo aver più volte ripetuto il concetto, dandomi del lei mi domanda: Perplessi, imbocchiamo una ripida discesa, lamentandoci del fatto che questa consumerà i tacchetti dei freni.

Passiamo tornanti a inclinazioni impensate in mezzo agli ulivi. A fine discesa, veniamo attratti da un robusto ciliegio che lascia pendere le sue grazie non colte: Dura e affascinante la strada, non la nonna. Mentre riempiamo le borracce, Federico rimane affascinato dalla vista di un possibile monastero abbarbicato su un costone di roccia sopra di noi, quasi inaccessibile, che rimodella il profilo intero della montagna.

Ferma dunque alcuni giovani bifolchi locali per chiedere loro informazioni:. Uno dei due, alternando il suo sguardo tra lui e il suo compare, con voce esitante ed ebete risponde:. La scena si ripete a voce più alta, la risposta è la stessa.

Federico desiste anche qui, io non posso evitare di ridere loro in faccia. Il vento rimbalza tra gli alberi. Poggio Moiano — Il nostro ingresso in paese è sancito dalla fine della salita e da strade deserte; troviamo comunque modo di scambiare delle chiacchiere con un parrucchiere ciccione: Ma annàtece in maghina, che è mejo! I boschi tutto intorno ci vedono tagliare i tornanti in discesa verso il silenzioso Lago del Turano.

Lago del Turano — Nello studiare il territorio alla ricerca di un posto discreto dove accamparci, entriamo a Castel di Tora. Ci sono due locali aperti nel raggio di una decina di chilometri, un ristorante e una gelateria; gente gentile, per niente diffidente, ci danno dei consigli su dove passare la notte. Dopo una colazione dal gentilissimo signore della gelateria, compiamo alcune operazioni strettamente preliminari e funzionali alla partenza: Federico nota una coltivazione di papaveri da oppio.

Mentre tutto intorno a noi è solo caldo, tornanti e sudore, il colore ceruleo del lago sotto di noi si fa sempre più lontano; guadagnato il valico, la strada in discesa si fa dissestata. Ci fermiamo in prossimità di un vecchio furgone Volkswagen, dove scambiamo qualche parola con un simpatico botanico sulla quarantina, intento a effettuare rilevamenti sulle piante e le erbe di un pascolo a bordo strada. Valle Cupola — Valle Cupola è un paesino in uno stato di abbandono decisamente affascinante — cani che abbaiano ai pochi passanti, con le loro proteste lasciate a sé stesse, case rette con lo sputo che si insinuano nelle pieghe nei monti, tetti rimediati con pezzi di lamiera e pietre antiche.

Lago del Salto — celeste e inaccessibile. Accaldati dai chilometri e bramosi di un tuffo, troviamo finalmente un sentiero per la spiaggia, nonostante un pescatore presente sulle sponde tenti invano di dissuaderci dai nostri propositi: Estasi delle acque rinfrescanti, pesci che schizzano ovunque. Lungo il sentiero, la carcassa di una Fiat mangiata dalla ruggine e dal bosco.

È semisepolta dal terriccio umido, dai fiori e dai rifiuti. Pace — Dopo esserci rivelati inutili ai bisogni di due fanciulle coatte in Smart, che ci chiedono da di cambiare una banconota da dieci euro, cominciamo a erodere i cinque ombrosi chilometri di salita che ci separano dal paesino di Pace.

Veniamo in Pace e facciamo provviste presso un furgone di generi alimentari, sembra uno spaccio viveri in un contesto di guerra. Federico si lamenta con lui dei prezzi alti. Mentre lo aspetto fuori con le bici, sento un vecchio lamentarsi a gran voce mentre rifà uno steccato insieme a un operaio, probabilmente riferendosi a un suo ex-aiutante: E io che ce regalavo pure le cose! Poi, guardando noi e le nostre bici cariche: Il pranzo a base di cazzotti, parmigiano e frutta lo consumiamo in un prato arato, mantenendo una certa discrezione nei confronti dei trattori e altri mezzi agricoli in transito nello sterrato accanto.

La strada è bella e infame, e ci ritroviamo in una discesa sterrata piena di sassi, al termine della quale Federico fora la ruota posteriore.

Ore di luce preziose scivolano via tra pompa e cacciagomme. Intanto, il sole annega al di là delle cime circostanti, dietro di noi, il Velino è sempre di fianco, e si tinge di una luce polverosa. Cerchiamo ospitalità in una villetta: Gentili, a modo loro. Forme — entriamo dentro Forme che già imbrunisce, chiediamo informazioni a un bar. Troviamo porte chiuse e gente comprensibilmente diffidente.

Un cane ci ringhia. Federico insiste, cerca il dialogo. Io sono annichilito dai chilometri anche per dire solo una parola. I ragazzi ci spiegano che per loro è un problema lasciare nello stabile che nemmeno appartiene a loro due perfetti sconosciuti. Non vogliono i documenti, né ci chiudono dentro come dicevano.

Ci offrono una birra. Federico la accetta, ma non riesce a finirla. Rimasti soli, mettiamo le bici dentro, buttiamo sul pavimento materassini e sacchi a pelo e crolliamo sul parquet. Ripartiamo col fresco del mattino, la notte di ieri e i cani randagi che abbaiano sono fantasmi lontani.

Andiamo a recuperare il cellulare lasciato a caricare la sera prima in un ristorante, e ci offrono il caffè. Evidentemente i ragazzi con la bici che non trovano posto per dormire in paese hanno suscitato un qualche moto di pietà retroattiva. In modo stupido e idealista, mi dico che non posso abbandonare Federico prima della salitona di Ovindoli: Decido quindi di farmi la salita con lui fino a casa sua, di restare una mezzora e tornare giù a valle per prendere il treno da Avezzano.

Si festeggia con un pranzo a base di pane, olio, sale e fagiuoli. Le vecchie abitudini sono le più vecchie a morire. Dunque, il regionale per Roma parte da Avezzano alle 13 in punto.

Parto circa dieci minuti prima di mezzogiorno, sotto il blando sole dei 1. Il resto è vento nelle orecchie e gomma dei freni incandescente. E un trattore che mi rallenta la discesa per un paio di chilometri, fino a quando trovo un rettilineo per sorpassarlo.

Anzi, proprio in quanto tale, preferendo la quantità alla qualità, è spesso costretto a ripiegare in brevi fughe dalla routine metropolitana in cerca di sudore e quiete, con delle scappatelle mordi-e-fuggi di pochi giorni. Come quando si è deciso, con Gianluca, di ritagliarci una manciata di giorni per solcare le gialle distese della Maremma: La manciata dei giorni preventivati si è ridotta a tre e due notti, si parte da Orbetello e si arriva al porto di Livorno.

È importante che questi itinerari conservino un senso simbolico, abbiano una loro compiutezza. Legata dietro il catenaccio, fa la sua figura una valigia rigida marrone modello emigrante, manca solo lo spago al posto dei tiranti per tenerla.

Le sue zip non hanno più cerniera, e il tessuto comincia ad autolacerarsi, ma secondo me quello ce seppellisce a tutti. Pedalo sulla mia Collalti, accompagnandola meticolosamente nel suo processo di invecchiamento veloce, con un carico minimale. Niente tenda, ché si è figli delle stelle. Un cambio essenziale, attrezzi, sacco a pelo e un orrendo materassino di gomma blu che usavo come tappetino della tenda per le vacanze.

Regionale Roma-Pisa Centrale, vecchio ammasso di lamiere incerte, portaci a Orbetello. Quando partiamo il sole è una sfera di fuoco parecchio incazzata. Tagliando le pinete e la civile tranquillità delle villeggiature estive, attraversiamo le frazioni di Terrarossa, il Mascherino e Santa Liberata.

Il traffico è tranquillo, a parte qualche camion isolato. Giunti ad Albinia, cominciano i problemi. Dopo aver passato qualche chilometro tranquillo nel profumo di erba tagliata su una provinciale asfaltata, ci troviamo sempre di fronte alla feroce Aurelia: Deviamo ancora una volta per uno sterrato a poche centinaia di metri dalla statale, dove ci cibiamo di susine abusive.

Spinto da ingordigia e dalla vista dei frutti non colti di un albero, Gianluca inciampa in una recinzione di fil di ferro di altezza ridicola, meno di trenta centimetri. Subito dopo ci accorgiamo che il fil di ferro è collegato a un generatore di corrente, e che quella recinzione in teoria doveva essere elettrificata.

Si evince che siamo cinghiali mancati, o che qualcosa ci è andato di culo. Vetri impolverati, cartelli e strutture direttamente provenienti dagli anni Settanta, silenzio inquietante. Dopo un sottopassaggio, ci toccano un paio di chilometri di terreno sassoso e accidentato in leggera salita, che non portano a nessuna parte se non a terreni privati.

Nugoli di fagiani starnazzano al nostro glorioso incedere, disperdendosi pavidi nella boscaglia. Passiamo un paio di edifici rurali: Fuoristrada parcheggiati e rumore di stoviglie messe ad asciugare dopo il lavaggio. Poco dopo, vediamo saltare un branco di cervi di cervi? Dove minchia siamo finiti? Qualche chilometro ancora, fine del percorso turistico. Questo è tradizionale, quindi piuttosto alto, sui due metri e mezzo.

Seduti al tavolino di un bar a bordo strada, Campari e piadina, importunati dal caldo e dalla forzata simpatia del gestore. Passiamo Principina a Mare, e finalmente nel tardo pomeriggio, con più di 80 km nelle gambe, facciamo il nostro ingresso a Marina di Grosseto, che ci accoglie con una vasta e ombrosa pineta.

Completata la tappa della giornata, restano due questioni logistiche da sbrigare: Ovviamente, entrambe le operazioni vanno effettuate in maniera abbondante e dozzinale; vale a dire, ottenendo un risultato quanto più possibile soddisfacente in termini di quantità, spendendo il meno possibile.

La famosa troppo corta lascerà scoperta senza alcun rimpianto la qualità. Alla questione alimentare provvede un supermercato e il buon gusto di Gianluca, che esce soddisfatto brandendo una busta contenente due lattine di fagiuoli, un chilo di pizza bianca, un formaggio spalmabile di sottomarca e una bottiglia di pessimo rosso da tavola. Per il pernotto, essendo volutamente privi di tenda, chiediamo alla pro-loco se esistono posti tranquilli e legali dove accamparsi lungo il litorale.

Trovato il luogo adatto, leghiamo a un palo le bici e le scarichiamo per preparare il nostro prestigioso campo base.

Sono le sette e mezza, e non il sole ancora non dà tregua. Cerchiamo di fare una doccia negli stabilimenti ormai in chiusura, ma i senegalesi surfisti che le custodiscono ce le negano con cortesi scuse. Dopo la toeletta, si consuma la sontuosa cena. Cannellini e borlotti, pietanze da re. Per spalmare il mediocre pietoso formaggio sulla pizza, ricorro al coperchio della vaschetta di plastica della confezione, avvalendomi del condimento della sabbia. Ci riescono molto bene.

Ci addormentiamo in condizioni pietose verso le dieci di sera, cullati dal rumore delle onde e dal riflesso della luna sul mare. Sono appunto le tre del mattino quando il nostro sonno sabbioso viene bruscamente interrotto da un rumore atroce, e dei fari allucinati squarciano il velo del nostro pacifico stordimento. Ci occorre qualche secondo per renderci conto che quello che ci viene incontro fendendo il buio è il trattore che compatta la spiaggia, e non ci resta che strisciare come vermi nei nostri sacchi a pelo per evitare fini indecorose.

Lasciamo il nostro giaciglio notturno ripercorrendo a ritroso la pineta, per ritrovarci su una sconnessa ciclabile a lato della Statale La marcia prosegue tranquilla fino al nostro ingresso in Castiglione della Pescaia, vivace, allegra, bestemmiatrice come solo i maremmani sanno essere. Ci concediamo una colazione a base di cornetti e caffè in un bar affollato da adolescenti vestiti da mare e anziani signori muniti di sigaro.

Dopo esserci riforniti di zuccheri, la strada ci porta lontano dal mare, per inerpicarsi sulle colline dietro Punta Ala, unico tratto in salita del nostro percorso. Qui il paesaggio cambia lievemente aspetto, e anche il caldo si smorza un poco, fiaccato dal vento più forte. Attorno a noi, alberi più alti. Qui ci concediamo una pausa refrigerante ai tavoli di legno di un baretto in una pineta, dove una paffuta ragazza piercing-munita ci serve tè e succhi di frutta. Comitive di adolescenti con casco e sundek ci guardano smontare dalle selle con una curiosità annoiata.

Stiamo per entrare per comprare qualcosa, ma Gianluca è colto da un attimo di panico: Panino, birra e campari, menu ideale per pedalare sotto il caldo. Resta ancora molto da percorrere per Livorno, e Gianluca comincia a proporre quella che in seguito si rivelerà una preziosa necessità: Patteggiamo per un dignitoso arrivo a Cecina, con km complessivi in due giorni.

Ciclisti in assetto da corsa ci superano tallonando i furgoni dei loro team di allenamento. È metà aprile ma il vento è tiepido e porta già con sé il profumo del grano maturo, il tempo grida viaggio da tutta la settimana e le maniche corte girano per Roma. E come non scegliere la costa più spopolata e sconosciuta per far cigolare le catene?

Parlare della Sardegna vera dei contadini e dei nuraghe in contrapposizione a quella dei vip della Costa Smeralda, fin troppo facile. Ma non per questi motivi bisogna smettere di elogiare Ichnusa, il piedediddio come dice la leggenda, e se lo dice una leggenda un motivo ci sarà. Il traffico è nervoso a causa della pioggia. Stazione, la vecchia bigliettaia che pare Angela Lansbury nega il rimborso a una turista parlando in inglese maccheronico.

Una signora tenta di scavalcarmi in fila alla cassa, ma la ricaccio indietro con nonchalanche usando il manubrio come scudo. Arrivano i vagoni, la mandria si accalca, scende il capotreno dal marcato accento toscano: Fate presto che vi aspettiamo! È il primo viaggio in bici per Salvatore, e durante il tragitto per Civitavecchia confrontiamo le reciproche attrezzature.

Forse proprio perché è il primo, lui è molto più attrezzato di me. O forse sono io. Biglietti traghetto pronti, freni appena cambiati, catena oliata. Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene. Arrivati in stazione, percorriamo tutta la banchina in cerca di una rampa per bici o disabili, categorie che in Italia sono accomunate dalla presenza di ingombranti ruote e dalla mancanza di considerazione sociale.

Troviamo alla fine un attraversamento binari, e già ci accingiamo a passarlo quando un zelante agente della polizia ferroviaria ci ferma richiamando la nostra attenzione con un fischio da mandriano. Riusciamo infine a imbarcarci in stiva e imbragare le bici con delle funi senza altre complicazioni burocratiche.

Io e Salvatore ci guardiamo perplessi. Notte sul traghetto, i pochi astanti sono distesi sui divanetti. Due ragazze rassettano i sacchi a pelo, dei bengalesi dormono placidamente, noncuranti del volto lasciato esposto agli implacabili faretti al neon.

La televisione urla comizi di Beppe Grillo, indisturbata finché un uomo anziano non la spegne, sbuffando. Talvolta le navi possono diventare allegoria di una nazione, specie quando sono alla deriva. Prime ore del mattino. Il pianto intermittente e insistente di un neonato fa recuperare punti alla figura di Erode. È molto esigente nel chiedermi più inquadrature e tipi di luce. Io vorrei fare colazione, ma lo assecondo. Il lungomare di Cagliari ci accoglie col sole, due cornetti e piacenti donzelle.

Il traffico è piuttosto intenso, ma garbato. Dopo questa tappa obbligata, ci avviamo alla stazione per prendere il treno in direzione Iglesias ed evitarci i camion della nazionale.

Visto il tempo instabile preferisco tenere i miei vecchi jeans, che avevo portato di proposito in viaggio per un degno funerale: La strada ci accoglie subito con una salita nei boschi e un silenzio innaturale per chi viene da Roma. Il tempo di infilarsi in una gola, e la strada in un paio di curve ci conduce ai primi stabilimenti minerari abbandonati, sotto Monte Agruxiau. Dopo una sosta di qualche minuto in una piazzola battuta dal vento, ci lanciamo in un altro tratto di discesa per poi ritrovarci in fondo alla vallata.

In pratica, pedalo per fare tappezzeria al telaio. Prima di Fontanamare, Tore mi propone una deviazione per il complesso minerario di San Giovanni: Di interi villaggi ora restano vetri spaccati e scheletri arrugginiti, i cui contorni rossastri disegnano linee aspre sui più aspri monti del Sulcis.

Scende un fuoristrada, un signore abbassa il finestrino e con tono pacato ma fermo ci dice: Né cafone, né ipocrita. Nel frattempo, i jeans coi quali ero partito continuano, pedalata dopo pedalata, ad allargare il loro strappo sul cavallo.

Altra deviazione scendendo a sinistra per un bivio, e ci ritroviamo su una bella stradina alberata che sovrasta la giù a valle. Altri ruderi fino ad arrivare al paesino fantasma di Normann, toponimo vichingo palesemente fuori luogo. Tre case, un cane da guardia, qualche gatto curioso, molto vento. Riprendiamo la strada principale in direzione del mare. In Sardegna basta una curva per cambiare tutto. E il mare sembra non finire più. Solo pochi scogli osano rimanere piantati nel blu.

In lontananza, il Pan di Zucchero scandisce il ritmo alle curve della costiera che stiamo per prendere, forse il tratto più bello di tutto il viaggio. Saluti benevolenti dagli automobilisti e dai conducenti di corriere portate tra i tornanti a picco sul mare, senza chiedersi chi ci sia oltre la curva.

Vento come presenza costante, adrenalina, sensazione di trovarsi al confine del mondo conosciuto. Dopo tante pause e tante discese e risalite in sella, lo strappo sui jeans assume proporzioni ormai socialmente inaccettabili, prolungandosi fino al ginocchio. Il fresco nella pedalata aiuta molto. Il pecorino al forno squagliato sul pane carasau mi fa dimenticare lo stato pietoso in cui ero entrato, un quarto di vino bianco condisce il tutto e ci prepara ad affrontare meglio il salitone imminente.

A Nebida, sporadici adolescenti si spostano a piedi a bordo statale, nel nulla battuto dalla brezza marina.

Dopo una stradina pedonale panoramica sopra Porto Flavia e qualche tornante in discesa dove il vento mi sbatte sulla schiena i laccetti della felpa, arriviamo a Masua. Ed ecco che la ruvida e generosa ospitalità sarda chiede il conto. Il Far West del mediterraneo non ama certo risparmiarsi. E noi cediamo alla saggezza popolare, ma soltanto negli ultimi cento metri di rettilineo finale, fino al valico. Qualche belato in lontananza.

Ma il contrappasso per la salita si schiude subito dopo la strettoia alla fine del rettilineo: È tempo di tirare i remi in barca e godersi la discesa, e le lacrime che rigano il viso insieme al vento.

Brezze umide preannunciano pioggia imminente. E noi perdiamo dislivello e ci immergiamo in questa bruma rassicurante e surreale, la strada è un serpente docile. Tutto intorno, solo macchia e ginestre in fiore. Le onde parlano inascoltate. Camminiamo in silenzio come se fossimo in un luogo di culto.

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Sarà questo che rende il cielo più ampio che altrove, tingendolo di mille colori diversi. La notte passa fredda e umida. Nel dormiveglia della tenda, io sento il fragore delle onde, Fabio sente il rombo dei camion della statale vicina: La mattina si dispiega su un livello filosofico-esistenziale: Gli incontri di apertura cosmica sono solo superficiali? Abbiamo bisogno di un posto in cui tornare e di punti di riferimento? Happiness is real only when shared? Passiamo sotto una serie di enormi pale eoliche, mostri bianchi apparentemente silenziosi: La fine della diga ci riserva un ultimo tratto ventoso, niente in confronto alla giornata di ieri.

Le onde sono discrete, il muco fluisce dalle narici. Deviamo per Breezand nella speranza di accorciare il nostro tragitto prendendo un traghetto da Rancho Grande; per arrivarci, percorriamo una bellissima strada che costeggia la baia, a destra filari di alberi, a sinistra surfisti che sfidano le onde olandesi.

Arriviamo al molo per trovare soltanto quiete e desolazione: Proseguiamo per Schotsman , piccolo borgo residenziale che rivela i profondi legami culturali e storici tra Olanda e Scozia: Si continua costeggiando un bosco, fino a un chiosco subito prima della quarta e ultima diga: Per dessert, lo chef consiglia Magnum alle mandorle, e la sana dieta del ciclista anche oggi è rispettata. Dopo un dedalo di stradine nei campi facciamo il nostro ingresso trionfale nella bella città di Middelburg, le cui strade sono scandite da ferrovie e canali.

Una libreria piena di gabbie rumorose suggerisce di aiutare i pappagalli comprando un libro. Mentre sorveglio le bici in attesa che Fabio faccia la spesa, passa una quindicenne che pedala disinvolta e noncurante della minigonna vertiginosa, causando torcicollo di gruppo.

Imbocchiamo una ciclabile alberata in scioltezza, che ci porta fuori da Middelburg e dentro un nuovo, violento acquazzone; ormai insensibili alla pioggia, sorpassiamo in agilità un paio di skater impacciati, per essere sorpassati con altrettanta agilità da una vecchietta in sella alla sua bici da passeggio.

Sic transit gloria mundi. La pioggia se ne va ancora una volta, dopo aver colpito a freddo, e noi accompagniamo un canale fino al suo suicidio in mare a Vlissingen, dove ci si imbarca sul traghetto per superare il fiordo di Anversa. Con un filo di rimpianto per la brevità della piacevole tratta arriviamo a Breskens, città non bellissima, ma già in odor di Fiandre.

Prendiamo quindi una ciclabile che parte dalla statua di un enorme pinguino arancione più in là troneggiano fiere alcune teste di pesce blu delle stesse dimensioni ; dopo aver passato palazzi intensivi orrendi con la pretesa di ricordare tardivamente verso il decimo piano gli edifici tradizionali olandesi coi tetti spioventi, e dopo aver molestato fotograficamente pecore obese, ci ritroviamo su una pista che si inoltra per campi. La Maledizione del Pinguino Arancione comincia a fare effetto.

Subisco un processo di antonellizzazione, con gli occhiali da sole che finalmente ha un senso inforcare e che mi rendono Venditti. A metà di un campo giriamo in una parallela sterrata. Schoondijke è un paese brutto e fantasma. Entriamo in un locale il Café Bon Ami, per chiedere nuovamente informazioni: A dispetto di quanto indicatoci dal fiero pollame poco prima, ci dicono che il campeggio che cerchiamo non esiste più da anni, nonostante sia rimasto ancora indicato su Google.

Belcazzo diventa automaticamente Belcazzinculo. Si pensa addirittura di tornare a chiedere ospitalità al vecchio pollo stridente, ma è ormai lontano, forse già a cena, forse perso nei suoi campi, forse chioccia coi suoi simili. Nella piazzetta principale, ci sentiamo dire che non ci sono campeggi nelle vicinanze, e che due alberghi su tre sono pieni.

Il terzo, non sanno. Molto più ospitali, decisamente troppo, le due tardone al bancone, evidentemente lacerate dalla necessità annosa di presenza maschile. Al nostro ingresso, le baldracche cinquantenni diventano tutte sorrisoni, al punto da destare in noi seria preoccupazione.

Il resto della clientela del posto sono attempati giocatori di videopoker dal fare bovino. Alla radio spopola il remix di I will survive. Un ostello con vista mulino. Pensare che le mie infradito che per gli ultimi due giorni sono state la chiglia della mia bici, montate sul portapacchi anteriore e incastrate sotto al sacco a pelo o alla spesa, esposte a vento, intemperie e pioggia battente, ora siano in una cabina della doccia che conterrebbe persino Giuliano Ferrara, a fianco di asciugamani puliti che non dovremo stendere ad asciugare noi, e a gel doccia e shampoo dai sapori inediti che rimarranno qui per la prossima doccia di vaccone teutoniche, ecco, pensare tutto questo ha un gusto particolare.

Ci svegliamo presto, e scesi giù troviamo una sontuosa colazione salata che la sorella del roito occhialuto ha preparato per i simpatici gay italiani: Lasciata Ijzendijke, siamo sorprese da uno scroscio improvviso, ma ormai la pioggia non ci fa più alcun effetto, e si parla allegramente del più e del meno sotto le secchiate continue, mentre si sorpassano corridoi alberati lastricati di inspiegabili sanpietrini. Tra canali e deviazioni ciclabili, dopo averlo lambito e accarezzato per una ventina di chilometri, arriviamo al confine con il Belgio, trovandoci in un surreale passaggio pedonale dove non è né Belgio né Olanda.

La ciclabile, stufa del paradosso, torna in Olanda, e passiamo più in là il confine senza che sia segnalato, se non dalla presenza di targhe e cartelli in fiammingo. Il passaggio del confine segna un altro stacco netto: I primi passi che tocchiamo oltre il confine sono Zelzate, Wachtebeke e Moerbeke. Meno amore per la terra. Le case tradizionali fiamminghe sono bomboniere decorate a mano in ogni minimo dettaglio.

Mi sveglio, qualcuno mi ha rubato il cellulare lasciato a caricare al bagno per la notte. Foto perse, sim persa. Una buona occasione per misurare la propria indipendenza dalla scontata tecnologia quotidiana. Gent ci regala una giornata di sole proprio nel giorno in cui scegliamo di inoltrarci per i suoi vicoli a piedi. E si offre nel modo migliore che conosce: La meticolosa geometria a piramide delle case fiamminghe crea un contrasto con le inclinazioni che rendono imperfetti i campanili nordici.

Ci fermiamo alla Graslei, una famosa cioccolateria davanti a Lorelei. Le vie sono brulicanti di shopping. Entriamo in una grande libreria: Dopo un pranzo zozzone a base di sandwich, ci fermiamo in un grazioso caffè dalla graziosa proprietaria, dove usiamo i nostri acquisti per fare il punto della situazione. Tutto è eccellente e di abbondanza epica, a partire dal mezzo chilo di cous-cous con un agnello che ci galleggia dentro.

Chiacchiere in inglese, ricordi condivisi, mentalità nordiche. Usciamo da Gent non senza qualche difficoltà, prima costeggiando la ferrovia, poi inoltrandoci in ciclabili a bordo canale interrotte per lavori in corso, infine raggiungendo i placidi flutti dello Schelde, che risaliremo fino alle terre francesi.

Dagli scialbi sobborghi di Gent, come Merelbeke, Nazareth ed Eke, si evincono due cose: Sinaai, Nazareth, manca solo Golgota. Arriviamo in scioltezza alla bella Oudenaarde, vivace cittadina dominata da un imponente duomo seduto a guardar scorrere via le acque dello Schelde.

Ci fermiamo qui a fare provviste: Ancora edifici in stile fiammingo che sembrano usciti dalla favola di Hansel e Gretel, una piazza brulicante di botteghe, una doverosa sosta-pranzo a causa di uno scroscio di pioggia passeggera, sotto una serie di gazebi con tavolini, condita da quattro chiacchiere con una coppia di trekker, e si riparte. Stormi di anziani ciclisti si sistemano le maglie color evidenziatore che non porterebbero in nessun altro caso, in prossimità dei loro attrezzatissimi furgoni.

Non tutti quando li saluti sorridono. Le prime in assoluto dal mio sbarco a Rotterdam. Ma sbagliamo uscita, continuando in cerca di una ferrovia invisibile alla quale svoltare finendo su un lungo rettilineo in salita.

Un attimo di pausa dalla dura e inaspettata salita, il tempo di scartare una strada alternativa sul crinale perché troppo accidentata, e si scende alla velocità giusta per asciugare il sudore col freddo della sera imminente.

Qualche chilometro di campagna in mezzo allo stallatico, un ultimo strappo in salita e arriviamo finalmente al bel camping Panorama, adagiato sulle dolci pendenze collinari di fronte a un grazioso reattore nucleare. Alla reception, due donne di età indefinibile con la vaga parvenza di coppia lesbica, insieme a due bambini, magri, biondi, educati. Sono entrambe molto gentili, e ci indicano la piazzola dove piantare la tenda, che è in fondo alla discesa, subito sopra a un pollaio.

Il gallo di turno ci guarda montare, e non indietreggia. Dietro la sera fiamminga, la centrale nucleare è mostruosa. Luci rosse testimoniano la sua mole anche nel buio. Ci rendiamo involontariamente invisi agli abitanti del campeggio per n.

Ma subentra la silenziosa solidarietà omertà maschile tipica dei bagni dei campeggi, per la condivisione di odori e rumori. Facciamo appena in tempo a chiudere la tenda, che la giornata fino a quel momento serena cede il passo a una pioggia fitta e generosa che ci delizia col suo ticchettio sulla tenda per tutta la notte.

Ci svegliamo che tutto intorno a noi è imperlato della pioggia notturna, e i nostri propositi di partire prima delle scorse mattinate, cementati dalla sveglia alle 6. Riusciamo comunque a lasciare il campeggio per le nove e mezza. Incrociamo una gara di ciclisti, fretta atletica e numero sul manubrio.

Non hanno tempo nemmeno per salutare. I movimenti nel gruppo sono compatti, le distanze minime. Oggi è il turno della chiatta Salvia , che sorpassiamo un paio di volte. Di nuovo campagna color verde intenso, la nostra rotta segue il nastro grigio della ciclabile che divide il prato dal fiume.

Il attendait les nuits sans lune - Quand il fait sombre, on passe bien mieux. Lâchez tous les chiens Et puis planquez-vous Au fond de vos cabanes. Poco importa la linea sulla cartina, per me il confine rimane quello. Proseguiamo ancora per un rettilineo, e da un signore che porta a spasso al guinzaglio un cane e la sua tranquillità otteniamo la conferma di essere alle porte di Roubaix, e ci inoltriamo per una periferia di casette fitte di mattoni rossi.

Una radio gracchia flebile, bambini in tute di sottomarca giocano per strada, a coppie o in gruppo; la sorellina maggiore aiuta il più piccolo ad attraversare la strada. Le case sono sempre fitte, sempre di mattoni rossi, le porte sembrano spiare i passanti. Una famiglia di nomadi brucia delle cassette di legno davanti alla loro roulotte. Questa zona lascia scoperto un volto inedito della Francia, che nelle sue contraddizioni architettoniche e sociali dimostra un carattere forte.

Su Rue de Metz, un uomo appena uscito da casa sua, una porticina verde che lascia intravedere delle scale piuttosto strette, ci dà delle indicazioni per Lille: Condividiamo parte del percorso con una famigliola in bici, i due bambini sul seggiolino dei genitori sono entusiasti della nostra ingombrante presenza, e ci salutano a più riprese. Incrociamo un gruppo di ragazze slavate, e accanto una Peugeot con quattro mariuoli maghrebini accosta improvvisamente: Altri giri per vicoletti e case antiche, e ci fermiamo alla Citadelle, un tempo fossato di difesa, oggi promenade alberata e fitta di chioschi e giostre.

Il sole è forte, e la gente ne approfitta. Aspetto vagamente mefistofelico e sorriso buono, Flo ha scelto di scortarci con la sua bici da Lille fino a casa sua a Don, un paesino 16 chilometri più a sud. Tanto per mettere le cose in chiaro. Passeggiata lungo il fiume al tramonto, aironi e svassi nelle acque tranquille.

La sua quiete irreversibile ci regala un sonno di una profondità ormai dimenticata nei lembi umidi della tenda, e stacchiamo completamente la spina fino al mattino successivo. Passiamo un circolo di pesca.

Lens ci spenna, le regaliamo venti euro di spesa, venti di cartine e venti di carta sim francese. Lens punteggiata di pompieri e poliziotti, dispiegati in un inspiegabile corteo attorno a un edificio della piazza centrale, senza alcuna emergenza apparente. Un poliziotto fa la linguaccia a un automobilista. Uscendo dal centro abitato, campagna deserta e verdissima, piana sconfinata.

Qui ci fermiamo per una pausa-pranzo, e mentre siamo seduti al tavolo di un bar un artista di strada ci avvicina porgendoci due smisurate pagnotte, spiegandoci di averle prese nella spazzatura: Pranziamo con le nostre provviste al tavolino di un bar in cambio di un caffè; qui tutti sono gentili e accoglienti con chi viaggia en velo. Piste ciclabili — Man mano che si va a sud, sono sempre più disordinate, frammentarie, infine assenti.

In Olanda è una cosa assolutamente normale, quindi ti ignorano; in Francia diventi il loro eroe. La campagna diventa sempre più bella, si passano innumerevoli paesini in andatura strozzata o vivificata dal saliscendi. La pioggia torna a farsi sentire: La affrontiamo con entusiasmo, la prima discesa sotto la pioggia scrosciante ti fa sentire vivo, poi dopo trenta chilometri di secchiate in faccia alla sensazione di sentirsi vivi subentra la voglia di restarci.

La gelida regolarità delle croci cristiane è sporadicamente interrotta da qualche lapide a minareto appartenente a soldati musulmani, in un rapporto di sette, otto a trecento. Le salite sono sempre più lunghe e pesanti, e si alternano con un certo sadismo a discese sempre più esaltanti, pedaliamo in una quadricromia esasperata, verde giallo marrone e grigio. Gli autisti dei rari TIR che incontriamo salutano con cenni della mano.

Dipende solo dalla stagione. Ormai prossimi al cedimento, sostiamo in un bar. Da dietro la spalla del papà, una bambina ci saluta. Ci spiega due o tre cose del campeggio, poi ci lascia praticamente soli nel suo fazzoletto di erba bagnata. Ma Waterworld non ha ancora finito di esigere il suo tributo: Poi è il turno di Fabio. Assisto a uno spettacolo unico: Nuovi quaqua disperati, sommersi da altri quaqua prepotenti. I quattro sembrano far finta di non conoscersi, i loro giri si allargano di raggio, poi la femmina spicca il volo e si allontana.

Qualche minuto dopo, Fabio torna dalla doccia, con una nuova idea: F — Io riconosco de esse hardcore quante te pare, ma stavolta abbiamo superato qualche limite. Sta cosa de mettese addosso i vestiti bagnati, non avevo considerato la digestione, insomma, abbiamo esagerato.

La cena è a base di scatolette e capelli bagnati, la notte fredda e densa di sogni assurdi. Il fianco offerto in pasto al nudo cemento non aiuta, certo. Il pensiero di dover smontare la tenda la mattina presto, prima che arrivi il Caro Vecchio, nemmeno. Notte permeata da umidità a livelli insopportabili, sveglia alle 6. Il saliscendi altimetrico incide su quello umorale, che ritempriamo con dolci fatti in casa in una leggendaria boulangerie in un paesino semi-disabitato, dove una vecchia toglie le erbacce dai caduti del quattordicidiciotto.

Dopo cinque dolci e tre pain au chocolat , ripartiamo gonfi di zuccheri. Rinforza poi il suo invito a non andare spiegandoci che in Francia si valuta la qualità dei campeggi assegnando delle stelle, e, pensate, quello non ne ha neanche una, e che nel loro paese è un fatto inammissibile.

La fissiamo con i nostri bravi volti da troglodita. Ci fermiamo a fare provviste in un supermercato e a utilizzare la connessione internet di un McDonald, al costo di un caffè e di un cappuccino.

Immerso nel verde di Ayencourt, il campeggio ha tre stelle ed è assolutamente pulito: Più giù, lo stagno ricco di gracidii. Tutto è immerso nel verde e nella pace, a parte qualche animale che forse è un vitello, e che si lamenta capriccioso, cui segue la risposta di anatre irridenti.

Dopo le minacce iniziali e qualche sibilo di avvertimento, le pennute si danno alla fuga. La notte è più umida del previsto, e dopo la bella serata di ieri non mantiene le promesse; vestiti bagnati e nuvole che velano il sole fino a poterlo vedere fissandolo, come una sfera bianca. Attraversiamo la solita schiera di paesini abbarbicati intorno ai campanili delle loro chiese gotiche, archi a sesto acuto semidiroccati, nascosti da boschi fitti e densi di brina, nonché dalle pisciate di Fabio.

Ancora dei tratti spettacolari di nulla giallo e verde, nuvole di diversa altezza vicinanza e compattezza rivelano i loro intenti pioviferi in maniera minacciosa ma vaga.

Distese di fascino mozzafiato, leggera discesa tra i campi di verde appena germogliato, tra Le Neuville e Érain, e tra Avrigny e Sacy Le Grand. La pioggia, rassicurata dalla rinnovata quiete umida tutto intorno, riprende.

Superiamo una salita dolce e costante in rettilineo, a parte noi esiste solo il bosco. Arriviamo quindi alla graziosa Cinqueux, dove è tutto chiuso. Scendiamo fino a Rieux, conclusione morale del nostro viaggio ciclistico. Da qui in poi è cemento, zone industriali e rotatorie trafficate.

Cumuli di immondizia e giocattoli usati. In prossimità di Villers St. Dopo aver sbagliato strada un paio di volte, superiamo il fiume ed entriamo a Creil, pittoresco esempio di borgata abitata da un mosaico sociale di gente di ogni ceto, provenienza e religione. Solo il traffico di St. Maximin ora ci separa da quella che abbiamo eletto la conclusione effettiva del nostro viaggio in bici, la città di Chantilly.

Oltretutto, per entrare da quel lato saremmo dovuti partire da Bordeaux. Quasi senza crederci, poggiamo i piedi e le ruote sulla banchina del binario.

Siamo arrivati a Parigi. Non ci faccio caso, e continuo a pedalare tranquillo. Per giorni le ho inventato al telefono delle tappe sulle Alpi, raccontato di epiche scalate tra i monti, di panzoni bavaresi e di birre Weiss.

Il furto del cellulare a Gent ha solo facilitato i miei alibi. Nel frattempo superiamo la Senna, Notre Dame, arriviamo a Montparnasse. Parigi è espugnata, il Piano riuscito, grazie anche alla preziosissima collaborazione di Giulia e Fabio. Da questo momento in poi, la polvere della strada accumulata nei giorni scorsi si colora dello splendore delle luci dei lampioni, la bici piena di adesivi e di chilometri smonta le pesanti borse per mescolarsi alle tante da passeggio che intersecano le loro traiettorie nei boulevards parigini, si cambia registro.

Al centro del corteo, una bici a due piani con un impianto stereo che manda Manu Chao; al suo fianco, una nonnetta su una graziella ornata di fiori in calzamaglia giallo limone; un agile negro mi saluta enfaticamente, quando vede gli adesivi sulla mia bici vuole sapere tutto del viaggio, e moltiplica la sua naturale esaltazione. Tutti urlano ritmicamente velorution con immancabile accento parigino. Alcuni motociclisti provano a sorpassare con gesti rapidi e nervosi, e vengono ostracizzati dal corteo con urla e fischi.

Il pranzo è davanti St. La serata, invece, si preannuncia surreale già a partire dalla presenza di Patrizia e del suo leggendario amico Paolone; i due ci conducono infatti in un baretto nei pressi di Menilmontant, dove il cous-cous è servito gratis in condizioni igieniche quantomeno discutibili, si fanno jam sessions manouche e dove soprattutto scorrono fiumi di vino rosso.

Ma torniamo al Cascada: Me lo immagino fare la fila alle poste o pagare il macellaio. Allo stereo, rimbomba Chuck Berry. Una voce femminile ripete insistentemente plus de trains direction Dauphine. Nel frattempo, un giovane sconvolto divora avidamente un panino, lasciandone più di metà per terra. Le merguez chiedono pietà, lasciate sul pavimento immangiate. Lui non si accorge di nulla.

Due marocchini si picchiano davanti a me, davanti a un me inebetito che non si preoccupa nemmeno di scansarsi dai loro cazzotti a pochi centimetri dalla sbarra sulla quale poggia il mio naso stanco. Un rasta e un chitarrista ambulante provvedono a dividerli. Si parla di integrazione, di razzismo, di noir , di français , di maroquin.

Ma non comprendo molto. Prendo un bus notturno fino a St. Paul, i vetri appannati dal nubifragio. Legata la mia bici, mi concedo una colazione a Bd. Trasferisco borse e bagagli al sordido alloggio vicino alla stazione, il cosiddetto Hotel LaFayette. Il pranzo invece è a base di cr ê pes in un grazioso localetto a due piani su rue Mouffetard, in compagnia di Chiara, Giulia e di alcuni suoi amici napoletani.

Mentre attraverso il quartiere latino, incrocio un comizio di sostenitori di Sarkozy: Paolone è sfinito dalla mole del museo. Ci facciamo un giro per Saint Denis, poi tè alla mente e dolci vari le roses al miele alla Zazou Glaces, dove ci serve un vecchio ebreo dalla barba lunga e bianca; quello più giovane, dalla barba lunga e nera, è interessato al ciondolo afghano di Patrizia — o alle sue tette.

Si festeggia con piatti di verdure bollite e vino rosso, musica dal vivo e discorsi di vecchi carismatici in carrozzella: Poi un gruppo di musicisti assai eterogenei attacca con la musica, alternando Lemon tree , Englishman in New York di Sting, Wonderwall degli Oasis, e Dirty old town dei Pogues. A fine concerto, cala un silenzio commosso, e gente di tutte le età si raduna nel cortile esterno, per intonare in coro delle vecchie canzoni patriottiche francesi al suono di una fisarmonica.

La sera, porto la mia bici a intralciare i passi fitti di chi festeggia in Place de la Bastille. I poliziotti sorridono e fumano sigarette dietro i loro blindati. Torno dopo tanti anni a visitare il Cimitero di Père Lachaise con Paolone. Jim Morrison e Oscar Wilde si trovano seguendo le file di persone che fanno slalom tra le tombe, assetate di mito immobile: Vicino al bloccone squadrato che sta-per-Jim, un albero pieno di gomme da masticare appiccicate con citazioni scontate e ripetitive: La più significativa resta Bye Jim — your friends from a desperate land — Siria.

Germain per il fratello di Paolone, e alla riparazione del portapacchi della bici, che con le buche parigine ha perso tutte le viti: Nel frattempo, il mio ginocchio si fa sempre più gonfio.

In mattinata, vado a informarmi dei treni per il ritorno: Accompagno Chiara a Ivry-sur-Seine a cercare un appartamento per i suoi genitori, che verranno a giugno a trovarla. Scesi dalla RER, ci avventuriamo nel sobborgo parigino: Oggi in Francia è festa nazionale, e le strade sono deserte: Ivry tiene aperte solo le strette necessità delle comunità di immigrati, ai quali della festa nazionale importa poco, e che quindi si aggirano a gruppetti senza meta.

Umido e grigio anche oggi. Un gruppo di indiani osserva fisso il tabellone delle partenze insieme a me. Il binario del treno per Ginevra ancora non compare. Ancora una volta intruso in una microcomunità urlante e allegra, mi siedo al mio posto: Ma circa cinquanta indù di tutte le età e di tutte le varietà possibili di voce me lo impediscono, con battute e racconti e ironie che non posso capire. Il loro idioma, mista a un inglese a stento comprensibile e cadenzato, mi raggiunge anche attraverso la gomma.

Ai sedili della fila davanti alla mia, si forma un assembramento attorno a quella che deve essere una guida o un professore: Risate di intensità variabile a ogni intervento. Rinuncio definitivamente al sonno. Suoni gutturali, voci aspirate e strozzate, risate acute e frenetiche.

Nel frattempo il ritardo si accumula e la mia coincidenza da Ginevra per Milano scivola via. Quando scendo a Ginevra, scopro che il mio è diventato un caso nazionale svizzero: Col favore degli operatori ferroviari e col tifo degli indiani raggiungo Losanna: La strada ferrata si snoda attraverso i monti, e le curve inclinano la visuale sul lago. Sprazzi di neve in cima, e cielo azzurro.

Di nuovo in Italia, si costeggia il lago di Como e i suoi stupendi isolotti. Prima città di casa, la D per antonomasia: Resta soltanto da smontare la bici e inserirla nella sacca.

Il sole affoga in un cielo milanese inaspettatamente sereno, mentre salgo sul treno per Roma. Tra i loro Apple, Kindle, I-phone, I-pad e I-pod, io che ho perso per la strada telefono, salute, chili e ginocchia, con la mia I-penna annoto queste righe sulla mia I-genda.

Il touchscreen è appiccicoso e unto. Roma Trastevere — Alba. Attendo il treno sul quale già è salito Federico al solito binario di Stazione Trastevere, madrina di tutti i miei successi e fiaschi ciclistici. Scatto una foto alla mia bici carica per prendere una graziosa roscia seduta sullo sfondo.

Salgo sul treno, carichiamo, tutto avviene in perfetto orario, tutto fila liscio. Federico impreca per il sole che sarà già cocente quando monteremo in sella. Il convoglio si ferma, forse per consentire al conducente una prova microfono, interrompendo senza troppi complimenti un impotente Wagner. Tanto a noi ce piace, allungà. Mentre già siamo in procinto di tirare giù le bici dai vagoni, il capotreno riceve una chiamata al cellulare: Il militare lentigginoso si è già allontanato, diretto alla sua corriera per Bagni di Tivoli.

Pochi chilometri dopo, il treno si ferma di nuovo. Palombara mostra una geometria concentrica perfetta, disposta a gironi digradanti con un castello anzi, un maniero: Quindi, chi la spunterà?

Nonsolointimo, Nonsolostampa, il meglio delle donne… e non solo, oppure Franca — parrucchiere, da Marzia — alimentari, Giovanni — macelleria, Pasticceria da Nina? Dopo aver decimato le risorse di albicocche di Moricone da provare: Lei, come se stesse per rivelare un segreto ormai noto, ci invita a guardare là dove ci indica dal belvedere. Dopo aver più volte ripetuto il concetto, dandomi del lei mi domanda: Perplessi, imbocchiamo una ripida discesa, lamentandoci del fatto che questa consumerà i tacchetti dei freni.

Passiamo tornanti a inclinazioni impensate in mezzo agli ulivi. A fine discesa, veniamo attratti da un robusto ciliegio che lascia pendere le sue grazie non colte: Dura e affascinante la strada, non la nonna.

Mentre riempiamo le borracce, Federico rimane affascinato dalla vista di un possibile monastero abbarbicato su un costone di roccia sopra di noi, quasi inaccessibile, che rimodella il profilo intero della montagna. Ferma dunque alcuni giovani bifolchi locali per chiedere loro informazioni:. Uno dei due, alternando il suo sguardo tra lui e il suo compare, con voce esitante ed ebete risponde:. La scena si ripete a voce più alta, la risposta è la stessa. Federico desiste anche qui, io non posso evitare di ridere loro in faccia.

Il vento rimbalza tra gli alberi. Poggio Moiano — Il nostro ingresso in paese è sancito dalla fine della salita e da strade deserte; troviamo comunque modo di scambiare delle chiacchiere con un parrucchiere ciccione: Ma annàtece in maghina, che è mejo!

I boschi tutto intorno ci vedono tagliare i tornanti in discesa verso il silenzioso Lago del Turano. Lago del Turano — Nello studiare il territorio alla ricerca di un posto discreto dove accamparci, entriamo a Castel di Tora. Ci sono due locali aperti nel raggio di una decina di chilometri, un ristorante e una gelateria; gente gentile, per niente diffidente, ci danno dei consigli su dove passare la notte.

Dopo una colazione dal gentilissimo signore della gelateria, compiamo alcune operazioni strettamente preliminari e funzionali alla partenza: Federico nota una coltivazione di papaveri da oppio.

Mentre tutto intorno a noi è solo caldo, tornanti e sudore, il colore ceruleo del lago sotto di noi si fa sempre più lontano; guadagnato il valico, la strada in discesa si fa dissestata. Ci fermiamo in prossimità di un vecchio furgone Volkswagen, dove scambiamo qualche parola con un simpatico botanico sulla quarantina, intento a effettuare rilevamenti sulle piante e le erbe di un pascolo a bordo strada. Valle Cupola — Valle Cupola è un paesino in uno stato di abbandono decisamente affascinante — cani che abbaiano ai pochi passanti, con le loro proteste lasciate a sé stesse, case rette con lo sputo che si insinuano nelle pieghe nei monti, tetti rimediati con pezzi di lamiera e pietre antiche.

Lago del Salto — celeste e inaccessibile. Accaldati dai chilometri e bramosi di un tuffo, troviamo finalmente un sentiero per la spiaggia, nonostante un pescatore presente sulle sponde tenti invano di dissuaderci dai nostri propositi: Estasi delle acque rinfrescanti, pesci che schizzano ovunque. Lungo il sentiero, la carcassa di una Fiat mangiata dalla ruggine e dal bosco. È semisepolta dal terriccio umido, dai fiori e dai rifiuti. Pace — Dopo esserci rivelati inutili ai bisogni di due fanciulle coatte in Smart, che ci chiedono da di cambiare una banconota da dieci euro, cominciamo a erodere i cinque ombrosi chilometri di salita che ci separano dal paesino di Pace.

Veniamo in Pace e facciamo provviste presso un furgone di generi alimentari, sembra uno spaccio viveri in un contesto di guerra. Federico si lamenta con lui dei prezzi alti. Mentre lo aspetto fuori con le bici, sento un vecchio lamentarsi a gran voce mentre rifà uno steccato insieme a un operaio, probabilmente riferendosi a un suo ex-aiutante: E io che ce regalavo pure le cose!

Poi, guardando noi e le nostre bici cariche: Il pranzo a base di cazzotti, parmigiano e frutta lo consumiamo in un prato arato, mantenendo una certa discrezione nei confronti dei trattori e altri mezzi agricoli in transito nello sterrato accanto. La strada è bella e infame, e ci ritroviamo in una discesa sterrata piena di sassi, al termine della quale Federico fora la ruota posteriore. Ore di luce preziose scivolano via tra pompa e cacciagomme.

Intanto, il sole annega al di là delle cime circostanti, dietro di noi, il Velino è sempre di fianco, e si tinge di una luce polverosa. Cerchiamo ospitalità in una villetta: Gentili, a modo loro. Forme — entriamo dentro Forme che già imbrunisce, chiediamo informazioni a un bar. Troviamo porte chiuse e gente comprensibilmente diffidente. Un cane ci ringhia. Federico insiste, cerca il dialogo. Io sono annichilito dai chilometri anche per dire solo una parola.

I ragazzi ci spiegano che per loro è un problema lasciare nello stabile che nemmeno appartiene a loro due perfetti sconosciuti. Non vogliono i documenti, né ci chiudono dentro come dicevano. Ci offrono una birra. Federico la accetta, ma non riesce a finirla. Rimasti soli, mettiamo le bici dentro, buttiamo sul pavimento materassini e sacchi a pelo e crolliamo sul parquet. Ripartiamo col fresco del mattino, la notte di ieri e i cani randagi che abbaiano sono fantasmi lontani.

Andiamo a recuperare il cellulare lasciato a caricare la sera prima in un ristorante, e ci offrono il caffè. Evidentemente i ragazzi con la bici che non trovano posto per dormire in paese hanno suscitato un qualche moto di pietà retroattiva. In modo stupido e idealista, mi dico che non posso abbandonare Federico prima della salitona di Ovindoli: Decido quindi di farmi la salita con lui fino a casa sua, di restare una mezzora e tornare giù a valle per prendere il treno da Avezzano.

Si festeggia con un pranzo a base di pane, olio, sale e fagiuoli. Le vecchie abitudini sono le più vecchie a morire. Dunque, il regionale per Roma parte da Avezzano alle 13 in punto. Parto circa dieci minuti prima di mezzogiorno, sotto il blando sole dei 1.

Il resto è vento nelle orecchie e gomma dei freni incandescente. E un trattore che mi rallenta la discesa per un paio di chilometri, fino a quando trovo un rettilineo per sorpassarlo. Anzi, proprio in quanto tale, preferendo la quantità alla qualità, è spesso costretto a ripiegare in brevi fughe dalla routine metropolitana in cerca di sudore e quiete, con delle scappatelle mordi-e-fuggi di pochi giorni.

Come quando si è deciso, con Gianluca, di ritagliarci una manciata di giorni per solcare le gialle distese della Maremma: La manciata dei giorni preventivati si è ridotta a tre e due notti, si parte da Orbetello e si arriva al porto di Livorno. È importante che questi itinerari conservino un senso simbolico, abbiano una loro compiutezza. Legata dietro il catenaccio, fa la sua figura una valigia rigida marrone modello emigrante, manca solo lo spago al posto dei tiranti per tenerla. Le sue zip non hanno più cerniera, e il tessuto comincia ad autolacerarsi, ma secondo me quello ce seppellisce a tutti.

Pedalo sulla mia Collalti, accompagnandola meticolosamente nel suo processo di invecchiamento veloce, con un carico minimale.

Niente tenda, ché si è figli delle stelle. Un cambio essenziale, attrezzi, sacco a pelo e un orrendo materassino di gomma blu che usavo come tappetino della tenda per le vacanze. Regionale Roma-Pisa Centrale, vecchio ammasso di lamiere incerte, portaci a Orbetello. Quando partiamo il sole è una sfera di fuoco parecchio incazzata.

Tagliando le pinete e la civile tranquillità delle villeggiature estive, attraversiamo le frazioni di Terrarossa, il Mascherino e Santa Liberata. Il traffico è tranquillo, a parte qualche camion isolato. Giunti ad Albinia, cominciano i problemi. Dopo aver passato qualche chilometro tranquillo nel profumo di erba tagliata su una provinciale asfaltata, ci troviamo sempre di fronte alla feroce Aurelia: Deviamo ancora una volta per uno sterrato a poche centinaia di metri dalla statale, dove ci cibiamo di susine abusive.

Spinto da ingordigia e dalla vista dei frutti non colti di un albero, Gianluca inciampa in una recinzione di fil di ferro di altezza ridicola, meno di trenta centimetri.

Subito dopo ci accorgiamo che il fil di ferro è collegato a un generatore di corrente, e che quella recinzione in teoria doveva essere elettrificata. Si evince che siamo cinghiali mancati, o che qualcosa ci è andato di culo.

Vetri impolverati, cartelli e strutture direttamente provenienti dagli anni Settanta, silenzio inquietante. Dopo un sottopassaggio, ci toccano un paio di chilometri di terreno sassoso e accidentato in leggera salita, che non portano a nessuna parte se non a terreni privati.

Nugoli di fagiani starnazzano al nostro glorioso incedere, disperdendosi pavidi nella boscaglia. Passiamo un paio di edifici rurali: Fuoristrada parcheggiati e rumore di stoviglie messe ad asciugare dopo il lavaggio. Poco dopo, vediamo saltare un branco di cervi di cervi? Dove minchia siamo finiti? Qualche chilometro ancora, fine del percorso turistico. Questo è tradizionale, quindi piuttosto alto, sui due metri e mezzo.

Seduti al tavolino di un bar a bordo strada, Campari e piadina, importunati dal caldo e dalla forzata simpatia del gestore. Passiamo Principina a Mare, e finalmente nel tardo pomeriggio, con più di 80 km nelle gambe, facciamo il nostro ingresso a Marina di Grosseto, che ci accoglie con una vasta e ombrosa pineta.

Completata la tappa della giornata, restano due questioni logistiche da sbrigare: Ovviamente, entrambe le operazioni vanno effettuate in maniera abbondante e dozzinale; vale a dire, ottenendo un risultato quanto più possibile soddisfacente in termini di quantità, spendendo il meno possibile.

La famosa troppo corta lascerà scoperta senza alcun rimpianto la qualità. Alla questione alimentare provvede un supermercato e il buon gusto di Gianluca, che esce soddisfatto brandendo una busta contenente due lattine di fagiuoli, un chilo di pizza bianca, un formaggio spalmabile di sottomarca e una bottiglia di pessimo rosso da tavola.

Per il pernotto, essendo volutamente privi di tenda, chiediamo alla pro-loco se esistono posti tranquilli e legali dove accamparsi lungo il litorale. Trovato il luogo adatto, leghiamo a un palo le bici e le scarichiamo per preparare il nostro prestigioso campo base.

Sono le sette e mezza, e non il sole ancora non dà tregua. Cerchiamo di fare una doccia negli stabilimenti ormai in chiusura, ma i senegalesi surfisti che le custodiscono ce le negano con cortesi scuse. Dopo la toeletta, si consuma la sontuosa cena. Cannellini e borlotti, pietanze da re. Per spalmare il mediocre pietoso formaggio sulla pizza, ricorro al coperchio della vaschetta di plastica della confezione, avvalendomi del condimento della sabbia.

Ci riescono molto bene. Ci addormentiamo in condizioni pietose verso le dieci di sera, cullati dal rumore delle onde e dal riflesso della luna sul mare. Sono appunto le tre del mattino quando il nostro sonno sabbioso viene bruscamente interrotto da un rumore atroce, e dei fari allucinati squarciano il velo del nostro pacifico stordimento.

Ci occorre qualche secondo per renderci conto che quello che ci viene incontro fendendo il buio è il trattore che compatta la spiaggia, e non ci resta che strisciare come vermi nei nostri sacchi a pelo per evitare fini indecorose. Lasciamo il nostro giaciglio notturno ripercorrendo a ritroso la pineta, per ritrovarci su una sconnessa ciclabile a lato della Statale La marcia prosegue tranquilla fino al nostro ingresso in Castiglione della Pescaia, vivace, allegra, bestemmiatrice come solo i maremmani sanno essere.

Ci concediamo una colazione a base di cornetti e caffè in un bar affollato da adolescenti vestiti da mare e anziani signori muniti di sigaro. Dopo esserci riforniti di zuccheri, la strada ci porta lontano dal mare, per inerpicarsi sulle colline dietro Punta Ala, unico tratto in salita del nostro percorso. Qui il paesaggio cambia lievemente aspetto, e anche il caldo si smorza un poco, fiaccato dal vento più forte. Attorno a noi, alberi più alti.

Qui ci concediamo una pausa refrigerante ai tavoli di legno di un baretto in una pineta, dove una paffuta ragazza piercing-munita ci serve tè e succhi di frutta. Comitive di adolescenti con casco e sundek ci guardano smontare dalle selle con una curiosità annoiata. Stiamo per entrare per comprare qualcosa, ma Gianluca è colto da un attimo di panico: Panino, birra e campari, menu ideale per pedalare sotto il caldo. Resta ancora molto da percorrere per Livorno, e Gianluca comincia a proporre quella che in seguito si rivelerà una preziosa necessità: Patteggiamo per un dignitoso arrivo a Cecina, con km complessivi in due giorni.

Ciclisti in assetto da corsa ci superano tallonando i furgoni dei loro team di allenamento. È metà aprile ma il vento è tiepido e porta già con sé il profumo del grano maturo, il tempo grida viaggio da tutta la settimana e le maniche corte girano per Roma. E come non scegliere la costa più spopolata e sconosciuta per far cigolare le catene?

Parlare della Sardegna vera dei contadini e dei nuraghe in contrapposizione a quella dei vip della Costa Smeralda, fin troppo facile. Ma non per questi motivi bisogna smettere di elogiare Ichnusa, il piedediddio come dice la leggenda, e se lo dice una leggenda un motivo ci sarà. Il traffico è nervoso a causa della pioggia.

Stazione, la vecchia bigliettaia che pare Angela Lansbury nega il rimborso a una turista parlando in inglese maccheronico. Una signora tenta di scavalcarmi in fila alla cassa, ma la ricaccio indietro con nonchalanche usando il manubrio come scudo.

Arrivano i vagoni, la mandria si accalca, scende il capotreno dal marcato accento toscano: Fate presto che vi aspettiamo! È il primo viaggio in bici per Salvatore, e durante il tragitto per Civitavecchia confrontiamo le reciproche attrezzature.

Forse proprio perché è il primo, lui è molto più attrezzato di me. O forse sono io. Biglietti traghetto pronti, freni appena cambiati, catena oliata. Fin qui tutto bene, fin qui tutto bene. Arrivati in stazione, percorriamo tutta la banchina in cerca di una rampa per bici o disabili, categorie che in Italia sono accomunate dalla presenza di ingombranti ruote e dalla mancanza di considerazione sociale. Troviamo alla fine un attraversamento binari, e già ci accingiamo a passarlo quando un zelante agente della polizia ferroviaria ci ferma richiamando la nostra attenzione con un fischio da mandriano.

Riusciamo infine a imbarcarci in stiva e imbragare le bici con delle funi senza altre complicazioni burocratiche. Io e Salvatore ci guardiamo perplessi. Notte sul traghetto, i pochi astanti sono distesi sui divanetti. Due ragazze rassettano i sacchi a pelo, dei bengalesi dormono placidamente, noncuranti del volto lasciato esposto agli implacabili faretti al neon.

La televisione urla comizi di Beppe Grillo, indisturbata finché un uomo anziano non la spegne, sbuffando. Talvolta le navi possono diventare allegoria di una nazione, specie quando sono alla deriva. Prime ore del mattino. Il pianto intermittente e insistente di un neonato fa recuperare punti alla figura di Erode.

È molto esigente nel chiedermi più inquadrature e tipi di luce. Io vorrei fare colazione, ma lo assecondo. Il lungomare di Cagliari ci accoglie col sole, due cornetti e piacenti donzelle. Il traffico è piuttosto intenso, ma garbato. Dopo questa tappa obbligata, ci avviamo alla stazione per prendere il treno in direzione Iglesias ed evitarci i camion della nazionale.

Visto il tempo instabile preferisco tenere i miei vecchi jeans, che avevo portato di proposito in viaggio per un degno funerale: La strada ci accoglie subito con una salita nei boschi e un silenzio innaturale per chi viene da Roma. Il tempo di infilarsi in una gola, e la strada in un paio di curve ci conduce ai primi stabilimenti minerari abbandonati, sotto Monte Agruxiau.

Dopo una sosta di qualche minuto in una piazzola battuta dal vento, ci lanciamo in un altro tratto di discesa per poi ritrovarci in fondo alla vallata. In pratica, pedalo per fare tappezzeria al telaio. Prima di Fontanamare, Tore mi propone una deviazione per il complesso minerario di San Giovanni: Di interi villaggi ora restano vetri spaccati e scheletri arrugginiti, i cui contorni rossastri disegnano linee aspre sui più aspri monti del Sulcis.

Scende un fuoristrada, un signore abbassa il finestrino e con tono pacato ma fermo ci dice: Né cafone, né ipocrita. Nel frattempo, i jeans coi quali ero partito continuano, pedalata dopo pedalata, ad allargare il loro strappo sul cavallo.

Altra deviazione scendendo a sinistra per un bivio, e ci ritroviamo su una bella stradina alberata che sovrasta la giù a valle. Altri ruderi fino ad arrivare al paesino fantasma di Normann, toponimo vichingo palesemente fuori luogo.

Tre case, un cane da guardia, qualche gatto curioso, molto vento. Riprendiamo la strada principale in direzione del mare. In Sardegna basta una curva per cambiare tutto. E il mare sembra non finire più. Solo pochi scogli osano rimanere piantati nel blu. In lontananza, il Pan di Zucchero scandisce il ritmo alle curve della costiera che stiamo per prendere, forse il tratto più bello di tutto il viaggio. Saluti benevolenti dagli automobilisti e dai conducenti di corriere portate tra i tornanti a picco sul mare, senza chiedersi chi ci sia oltre la curva.

Vento come presenza costante, adrenalina, sensazione di trovarsi al confine del mondo conosciuto. Dopo tante pause e tante discese e risalite in sella, lo strappo sui jeans assume proporzioni ormai socialmente inaccettabili, prolungandosi fino al ginocchio. Il fresco nella pedalata aiuta molto.

Il pecorino al forno squagliato sul pane carasau mi fa dimenticare lo stato pietoso in cui ero entrato, un quarto di vino bianco condisce il tutto e ci prepara ad affrontare meglio il salitone imminente. A Nebida, sporadici adolescenti si spostano a piedi a bordo statale, nel nulla battuto dalla brezza marina. Dopo una stradina pedonale panoramica sopra Porto Flavia e qualche tornante in discesa dove il vento mi sbatte sulla schiena i laccetti della felpa, arriviamo a Masua.

Ed ecco che la ruvida e generosa ospitalità sarda chiede il conto. Il Far West del mediterraneo non ama certo risparmiarsi. E noi cediamo alla saggezza popolare, ma soltanto negli ultimi cento metri di rettilineo finale, fino al valico. Qualche belato in lontananza. Ma il contrappasso per la salita si schiude subito dopo la strettoia alla fine del rettilineo: È tempo di tirare i remi in barca e godersi la discesa, e le lacrime che rigano il viso insieme al vento.

Brezze umide preannunciano pioggia imminente. E noi perdiamo dislivello e ci immergiamo in questa bruma rassicurante e surreale, la strada è un serpente docile. Tutto intorno, solo macchia e ginestre in fiore. Le onde parlano inascoltate. Camminiamo in silenzio come se fossimo in un luogo di culto. Risaliti per la provinciale sulla quale ci trovavamo prima, ci ritroviamo con altra salita da fare e con le nuvole del pomeriggio ormai fiere della loro posizione sopra le nostre teste.

E il primo acquazzone arriva con violenza sui nostri volti silvestri, lasciando il camper di olandesi accostato alla piazzola a sorriderci e salutarci con un briciolo di compassione. Attraversiamo un altipiano roccioso a poche centinaia di metri dal mare, la cui conformazione ci lascia esposti alle intemperie. Le buste di plastica proteggono il nostro bagaglio, un cappello e il casco le nostre teste.

Arrivati in paese, un ammasso di casette basse che si divincola in una cala come farebbe un pesce nella rete, siamo colti da indecisione a causa di un bivio: Chiediamo quindi informazioni a una signora su quale delle due strade prosegua per Portixeddu, e mentre quella ci indica una delle due viene interrotta bruscamente da una minuscola vecchina in nero del lutto di sempre: La signora insiste con la sua strada, ma la vecchina non molla. Ne nasce un diverbio acceso e prolungato fino a quando io intervengo stupidamente: La vecchietta è trionfante e soddisfatta: Nel frattempo, i jeans continuano ad allargare la forbice tra decenza e viaggio.

Corallo era ed è ancora un figlio dei fiori, ma non un hippie. Corallo vive di espedienti e lavoretti saltuari, e campa meglio di tanti che hanno un lavoro. In cambio, ci mise a disposizione una roulotte dismessa con trappole per topi, polvere e ragni. Ora, a tre anni di distanza, ci attende col sorriso e un abbraccio energico, al tavolo di uno dei due bar di Portixeddu, che beve Heineken in compagnia di gente del posto. Due vecchi baffuti giocano a biliardo, gli altri ridono con lui e di lui.

La prima osservazione che ci fa è sullo stato nel quale ci presentiamo: Tante chiacchiere, tanti racconti. E mentre continua a scherzare con gli amici, il bagnato che abbiamo addosso comincia a pesarci, quindi dobbiamo portarlo via di forza per andare a cambiarci a casa sua, che è arroccata tra le colline a un paio di chilometri dal paese. Apro il rubinetto della doccia, passano tre minuti di orologio. Proprio quando sono sul punto di rivestirmi e andare a chiedergli come fare, il getto esce prepotente.

Poi, quando apro il lavandino, quello stesso getto riempie tutto di giallo. Nel dubbio decido di bere solo vino stasera. Insieme al pesce fresco, Corallo ci propone spaghetti con la bottarga. E quando mi chiede di aprire la busta, mi accorgo che si tratta di più di un chilo. Non ritengo opportuno fare altre domande. La serata scorre lieta tra pesce, fumate, vino, chiacchiere, chitarre e cervelli stanchi.

La natura gioca il suo ruolo con naturalezza a casa Corallo. Fortunatamente le pareti sono bagnate. La sua favella famelica di ascoltatori e la sua vita variopinta ci impediscono il sonno per molto altro tempo ancora, mentre lo ascoltiamo divagare sul divano.

Il mattino ci coglie già maturo, mentre noi siamo ancora addormentati e bisognosi di ore di sonno. La prima decisione della giornata è quella di fare un dono, o, mettendola in altri termini, di liberarmi di un peso: La strada è pianeggiante e immersa nella campagna, le capre attraversano la strada. I pastori salutano cordiali. Fluminimaggiore è un grazioso paesino costruito attorno alla Statale dove riceviamo sorrisi e saluti.

Nel bar in cui ci fermiamo colazione suscitiamo curiosità e simpatia, e non senza rimpianti siamo costretti a tagliare dalle nostre mete il tempio di Antas, divinità pagana, che richiederebbe una deviazione di altri 12 km che il tempo che abbiamo a disposizione non ci permette.

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