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In questo tipo di povertà sei fortunato e sfortunato allo stesso tempo: E poi ansia Precarietà del tutto: Basta un rammendo a dire chi sei.

È un continuo pensiero che ti occupa il cervello e che non lascia spazio a nient'altro, soprattutto a nessun tipo di bellezza, perché la bellezza non è funzionale, non è utile. E un lusso che non ti appartiene. Spesso vivi una vita apparentemente normale agli occhi degli altri, ma in realtà sei soggetto a una legge diversa: E pian piano impari a mentire. Questo tipo di povertà è menzogna.

Bugie a volte grandi, a volte piccole. Impari a dire che il telefono di casa è rotto, invece te lo hanno staccato; che non puoi uscire a cena perché hai un impegno; che la macchina l'hai prestata, invece non hai pagato l'assicurazione o non hai i soldi per fare benzina.

Diventi esperto nell'arte di mentire e soprattutto in quella di arrangiarti: Questo tipo di povertà è la tapparella rotta che tieni alzata infilando sotto la cinghia un pezzo di cartoncino, che se per caso si sfila la tapparella scende di scatto come una ghigliottina.

E la piastrella mancante in bagno, è il buco sotto il lavandino che fa intravedere le tubature, è il pezzo di formica saltato nell'angolo della credenza. E il cassetto che ti resta in mano quando lo apri. E l'anta dell'armadio che per chiuderla devi alzarla. Sono le prese della corrente che penzolano perché quando togli la spina escono dal muro, e per rimetterle dentro devi sistemare le due alette di ferro dentate.

E la tappezzeria che si solleva tra le giunture. Sono le sedie che si scollano e diventa pericoloso sedercisi sopra. È una povertà fatta di oggetti tenuti insieme da colla e nastro adesivo, che ha bisogno di un cassetto pieno di attrezzi per riparare una realtà che va a pezzi ovunque. Tutto è precario, tutto è provvisorio, tutto è fragile e in attesa di momenti migliori. Ma questi oggetti rattoppati, in effetti, poi durano tutta la vita. Nulla è più duraturo di una cosa provvisoria. La prima volta che ho sentito mio padre dire "sono un fallito" non potevo avere la minima idea di cosa potesse significare.

Quando l'ha detto, al bar erano venuti dei signori per portare via delle cose. Da allora, ogni volta che degli sconosciuti entravano al bar o in casa e portavano via un oggetto, io non chiedevo più nulla. Perché, anche se non sapevo, capivo. E io, bambino, imparavo. Non sapevo niente, ma capivo tutto.

Sono cresciuto vedendo mio padre ammazzarsi di lavoro nel tentativo di risolvere i problemi. Aveva un bar e ci lavorava sempre, anche se stava male. Non sono mai andato in vacanza con i miei genitori. D'estate venivo depositato dai nonni materni che prendevano in affitto una casa in montagna. La domenica mia madre veniva da sola dai nonni a trovarmi e mi portava i saluti di mio padre.

Non abbiamo neanche una fotografia di noi tre insieme in qualche località turistica. Non potevamo permetterci di andare tutti insieme in vacanza. Non c'erano i soldi. Ho visto mio padre chiederli in prestito a tutti. Parenti, amici, vicini di casa. L'ho visto u mi liarsi e farsi umiliare. Quante volte da bambino mi capitava di andare a casa di suoi amici, gente che nemmeno conoscevo, e aspettare in cucina. Magari con la moglie, mentre lui andava in un'altra stanza con l'amico a fare "una cosa".

La signora sconosciuta mi chiedeva se volevo qualcosa e io dicevo sempre di no. Non parlavo molto, ero sempre a disagio e tutti mi sembravano giganti. In fondo credo fosse la stessa sensazione che provava mio padre.

Ha chiesto soldi a tutti, proprio a tutti. Anche a me, che ero un bambino. Un giorno è venuto nella mia cameretta a trovarmi perché avevo la febbre. Stavo male, ma ero felice perché mia madre mi aveva appena detto che il motivo della febbre era che stavo diventando grande: Mi ha detto che avrebbe messo i soldi in banca. Mi ha convinto dicendomi che me ne avrebbe restituiti di più quando li avrei chiesti indietro. Col tempo ho capito come stavano veramente le cose riguardo al mio salvadanaio e mi sono sentito tradito, ingannato.

Ho imparato da subito ad avere poca fiducia nei confronti degli adulti, per questo sono cresciuto con una fragilità dentro costretta a mascherarsi da forza. Non ho avuto accanto una figura forte che mi facesse sentire al sicuro, che mi facesse sentire protetto. Io l'ho scoperto fin da bambino. Come tutti anch'io avrei voluto considerare mio padre invincibile, ma quell'idea per me è durata poco. Mio padre lavorava, lavorava, lavorava.

Lo ricordo mentre si addormentava a tavola guardando il telegiornale. La testa gli cadeva in avanti lentamente finché un colpo finale, come una frustata con il collo, lo svegliava. Si guardava in giro per rendersi conto dov'era e per capire se io e mia madre lo avevamo visto. Tutto questo giro di perlustrazione lo faceva muovendo la bocca come se stesse masticando. Come fanno le mucche. Io lo osservavo e vedevo, prima della frustata, dei piccoli cedimenti della testa e aspettavo che arrivasse quello forte.

Quando capiva che lo stavo fissando e che mi ero accorto di tutto, mi sorrideva e mi faceva rocchiolino. Allora cercavo di farglielo anch'io ma, siccome non ne ero capace, chiudevo entrambi gli occhi.

O ne chiudevo soltanto uno usando il dito. Ogni volta speravo che fosse l'inizio di una nuova amicizia tra noi, più intima. Che finalmente avesse deciso di giocare un po' più con me e di portarmi sempre con sé.

Come se nuotassi in quella sensazione. Dopo aver mangiato si alzava per andare a sbrigare delle piccole faccende, o per tornare a lavorare. Io ero piccolo e non capivo, semplicemente pensavo che non mi volesse, che non desiderasse stare con me. I miei tentativi per attirare la sua attenzione e il suo amore fallivano sempre. Con mia madre ci riuscivo, con lui niente. Quando dicevo qualcosa di divertente lei rideva, mi faceva i complimenti, mi abbracciava e io sentivo di avere un potere smisurato: Con lei avevo i superpoteri.

Con mio padre, invece, non funzionavano. Non riuscivo a farlo innamorare di me. Mi ricordo perfettamente alcune cose belle che ha fatto per me e con me. Come quando mia madre è stata ricoverata in ospedale per un piccolo intervento e mia nonna si è trasferita a vivere da noi per aiutarci.

Nonna dormiva in camera mia, mentre io stavo nel lettone con lui. In quei giorni, al mattino, prima di scendere al bar a lavorare mi preparava per colazione il budino alla vaniglia. Ricordo perfino com'era apparecchiata la tavola. O come quel sabato sera che siamo andati io, lui e mia madre a mangiare in pizzeria. Era la prima volta che uscivo a cena con loro.

Mia madre ha detto: Mentre andavamo verso la pizzeria, mio padre mi ha messo sulle sue spalle. All'inizio teneva le mie mani tra le sue, poi mi ha preso per le caviglie e io ho messo le mie mani sulla sua testa, afferrandolo per i capelli.

Posso sentire ancora la sensazione del suo collo tra le gambe. Quella sera non so cosa gli avesse preso, ma era un padre. Addirittura è stato lui a tagliarmi la pizza. L'unica volta in tutta la sua vita. Era simpatico, rideva alle mie battute.

Anche mia madre rideva. Quella sera eravamo una famiglia felice. Forse l'uomo che ho visto quella sera è il mio vero padre. O, almeno, quello che sarebbe stato senza tutti i suoi problemi.

Tornando a casa in macchina, in piedi dietro di loro, tra i due sedili, pensavo che avrei voluto che quella sera non finisse mai. Per questo ho detto: La mattina dopo tutto era come sempre.

Mia madre in cucina, mio padre al bar a sistemare. Lei se ne è andata due anni fa, o ieri sera, o forse mai, non so. Quando non stai più con la persona con cui vorresti stare, il pensiero di lei ti entra nella testa nei momenti più impensati. AH'improvviso vieni assediato da ricordi e immagini. Non stare più con la persona con cui vorresti stare significa allungare la mano di notte nel buio per cercarla.

Significa svegliarsi le prime mattine e, guardando il suo lato del letto, stropicciarsi gli occhi sperando sia solo stanchezza.

Significa avere il fornello sporco di caffè, perché non ti ricordavi più di averlo messo sulla fiamma. Significa mettere due volte il sale nella pasta. O non metterlo affatto. Non stare più con la persona con cui vorresti stare significa rifare: Significa pulire, grattare, scrostare, raccogliere, riordinare, buttare.

Significa piantare chiodi nel muro, nel legno, nel nulla. Significa comprare cose per riempire spazi vuoti. Significa tornare indietro quando si legge un libro perché non afferri le parole e, quando te ne accorgi, sei a un punto della storia che non capisci.

Significa tornare indietro anche con i dvd, schiacciare rewind, perché non hai capito cosa è successo. Non stare più con la persona con cui vorresti stare significa semplicemente tornare indietro.

Guardare indietro molto più che avanti. È un viaggio che fai appoggiato alla ringhiera di poppa, non di prua. Non stare più con la persona con cui vorresti stare significa non dover chiamare dal lavoro per dire che sei in ritardo. A nessuno interessa, nessuno ti aspetta.

Significa anche non poterti lamentare della giornata quando rientri a casa. E non è cosa da poco. Significa accorgersi di tutti i cambiamenti, anche i più piccoli, pratici, quelli che senza una donna in casa avvengono: La carta igienica in bagno è appoggiata a terra o sul termosifone, mai al suo posto. Le lenzuola non sono profumate come prima. Ricordo ancora il profumo delle sue lenzuola una delle prime notti che ho dormito da lei.

A casa mia quel profumo c'è stato solo quando è diventata casa nostra. Adesso è tornata casa mia e lei si è portata via anche tutti i profumi di buono.

Neppure i silenzi, da quando se ne è andata, sono gli stessi. Capitavano spesso tra noi perché una cosa bella del nostro rapporto era che non ci sentivamo in dovere di intrattenere l'altro. Con lei i silenzi erano belli, erano tondi, morbidi e accoglienti, mentre adesso sono scomodi, spigolosi e lunghi.

E, se devo essere sincero, per me sono fin troppo rumorosi. Non mi piacciono per niente. Prima di conoscere lei avevo alcune convinzioni su di me. Lei ha cercato di farmi capire che erano sbagliate e finalmente, dopo tanto tempo, ci sono riuscito.

Ci ho messo un po', anzi, ci ho messo troppo tempo, e quando ci sono arrivato lei se ne era già andata. Non ho mai amato nessuna come ho amato lei. Adesso che tante cose le ho capite e sono cambiato, non sono in grado di stare con nessun'altra. Non mi incastro più: Sono finito a letto poche volte con altre donne. E, quando è capitato, sempre con quelle che si portano via anche il ricordo. Con una di loro è successo addirittura che, mentre eravamo a letto nudi, mi sono reso conto che l'odore della sua pelle era diverso da quello di cui ero ancora innamorato e mi sono sentito a disagio.

Mi sono rivestito, scusandomi, e me ne sono andato. Ci sono storie che durano anni e in questi anni magari ci s'innamora e disamora.

Alcuni smettono di amarsi, ma rimangono comunque insieme. Altri decidono di lasciarsi, ma per farlo hanno bisogno di tempo. Prima cercano di capire se sono veramente sicuri, o se è solo una crisi passeggera. Se poi alla fine si convincono che è veramente finita, devono comunque trovare il modo di farlo, trovare le giuste parole per lenire il dolore. Ci sono persone che su questo punto possono anche perdere mesi, a volte addirittura anni. C'è anche chi ci ha perso una vita e quel passo non l'ha mai fatto.

Molti non riescono a lasciare, semplicemente perché non sanno dove andare, oppure perché non riescono a sopportare l'idea di essere i responsabili del dolore dell'altro. Si ha la convinzione che un dolore improvviso sia troppo forte e faccia maggior danno di un dolore più piccolo, ma dosato giorno dopo giorno.

Questi rapporti vanno avanti anche se chi sta per essere lasciato lo ha già capito. Perché preferisce far finta di niente. Quando nessuno dei due è in grado di affrontare la situazione, il meccanismo si inceppa. Entrambi sono sopraffatti dalla propria incapacità e da quella dell'altro. La persona che sta per essere lasciata quasi sempre diventa più affettuosa, più gentile, più consenziente; non capisce che in questo modo peggiora la situazione, perché qualsiasi persona troppo accondiscendente perde fascino.

Più si ritarda, più la vittima diventa debole. C'è anche chi rimanda nella speranza che l'altro faccia un passo falso, un errore, manifesti anche solo una piccola debolezza per potersi aggrappare a quella e usarla come scusa per non sentirsi carnefice. E non ci si lascia solo per impedire ad altri di avvicinarsi.

Sono tanti i motivi per cui si resta insieme. Magari in una storia di cinque anni si è stati innamorati e ci si è amati solamente per due, o tre, o quattro. Non conta il quanto, ma il come. La storia con lei è durata tre anni e io credevo di averla amata per più di quattro. Pensavo che il mio amore fosse strabordato dal tempo della nostra storia. Sono stato convinto, fino a poco tempo fa, di averla amata in silenzio anche in questi due anni che non era più con me. Poi ho capito che non la amavo semplicemente perché non ero in grado di farlo.

Perché io sono sempre stato una persona distaccata. Non ho mai provato veramente l'amore, non facevo altro che immedesimarmi nelle emozioni altrui, come un attore fa con un personaggio. Ho sempre pianto al cinema, o vedendo un cane che zoppica, o per un lutto, o per le disgrazie sentite al telegiornale. Forse è tipico di chi non sa amare veramente.

Il mio amore in realtà era una recita. Sentita, ma comunque una recita. E non mi accorgevo nemmeno di farlo. Non facevo finta di amare con lo scopo di ingannare. Non le ho detto "ti amo" sapendo che non era vero. Anch'io ero tradito da me stesso, anch'io pensavo di amarla veramente.

E nei tre anni passati insieme credevo di essermi innamorato di lei almeno due o tre volte. Erano queste le mie convinzioni sbagliate, quelle che lei mi ha insegnato a scoprire e a vedere. Perché aveva ragione quando diceva che non sapevo amare. Che non ero capace di farlo. Che confondevo l'amore con l'adattarmi.

Infatti confondi queste due cose. Quando ti adatti, pensi che stai amando. Ci sono donne alle quali puoi mentire: Se dicevo una cosa non vera, anche se plausibile, mi guardava con un'espressione come a dire "ma con chi credi di parlare? Quando mi diceva che facevo confusione tra amore e adattamento, pensavo che avesse torto, che fossero semplicemente cattiverie dette durante un litigio.

Lei voleva da me qualcosa che io non ero in grado di darle, e per di più nemmeno riuscivo a capire cosa fosse. Io credevo addirittura che fossero insicurezze sue, paranoie. Perché, se analizzavo com'ero, pensavo: Non capivo cosa volesse da me. Poi tutto mi è stato chiaro. C'ho messo un po', ma ce l'ho fatta; purtroppo il risultato di questa mia lentezza è che a letto, ultimamente, ho i piedi freddi.

Adesso sono cambiato e, per questo motivo, da circa un mese ho ricominciato a cercarla. Ho capito di amarla e di essere pronto a tornare da lei. A darle tutto quello che vuole. Proprio per questo sono rimasto sconvolto quando Nicola qualche giorno fa, parlandomi di lei, mi ha dato la notizia. Se qualcuno mi chiede che lavoro faccio, cerco di capire se posso dire "copywriter" o se devo limitarmi a un generico "invento pubblicità". A volte sbaglio nella valutazione e, dopo che ho detto "copywriter", molti mi chiedono cosa vuol dire.

A quest'ulteriore domanda di solito rispondo: Che è la risposta che mi piace meno, ma chiude subito la discussione. Nei periodi in cui una pubblicità fatta da me ha successo, dico: Come tutti i copywriter, lavoro in coppia con un art director. Nel mio caso, il collega in questione si chiama Nicola. Il nostro è un lavoro creativo e se s'inceppa la testa è finita.

Per questo lui ha aspettato che finissimo la campagna sulla quale stavamo lavorando per darmi la notizia che mi ha destabilizzato: Meglio comunque che sia stato lui a darmi la notizia, Nicola e Giulia, la mia vicina di casa, sono gli amici che frequento di più in questo periodo. Giulia è un'amicizia più recente rispetto a Nicola. Con lei accordo meglio certi stati d'animo.

A volte ne i ho bisogno come si fa con gli strumenti. Solo con le donne riesco ad avere questo tipo di rapporto. Proprio come un musicista, spesso l'accordatura la faccio in solitudine, nel silenzio di casa mia. A volte invece con un altro musicista, dal quale mi faccio dare la nota.

Giulia riesce sempre a darmi la nota giusta. Nicola invece è in grado con una battuta di sdrammatizzare tutto e mi risolleva il morale con una frase o con un gesto. In questo è impareggiabile. Giulia viene spesso a casa mia la sera; tante volte, infatti, mi capita di telefonarle e se non ha ancora cenato la invito da me. È bello cucinare per sé, bellissimo per altri. E poi le ricette per due, oltre a essere più saporite, me le ricordo meglio. A volte mi invita anche lei; al lavoro mi arriva un suo messaggio sul cellulare: Questa sera da me riso e verdure?

Siamo solo amici, fra noi non c'è niente. Forse perché quando l'ho incontrata, lei, la mia lei, mi aveva lasciato da poco, e Giulia stava uscendo dal suo matrimonio. Non c'era spazio nelle nostre vite Insomma, è passato il momento. La prima volta che Giulia è venuta a cena da me sono andato a bussarle alla porta. Mi sono guardato in giro: A fine serata l'ho riaccompagnata a casa. Ricordo come se fosse ieri una delle prime sere passate con Giulia, in cui mi sono sentito in un film di Tarantino.

Durante il giorno le avevo mandato un sms: Lei mi aveva risposto subito, ed era iniziato uno scambio di messaggi. Vuoi che cucini altro? No, mi va il pesce. Basta che sia fresco. Lo vado a pescare prima di tornare a casa. Okay, allora pesce alle nove. Arrivo a casa, faccio una doccia e vengo da te. Passo a prenderti come sempre. Ho sentito che rientrava verso le otto e mezzo, alle nove sono andato a prenderla In casa era quasi pronto: Abbiamo aperto il vino.

Anche se mangiavamo pesce abbiamo preferito un vino rosso: Lei mi ha detto: Come fosse una siringa. Quindi, se mi succede che non sto bene, basta che mi fai questa iniezione.

Ti facevo una pasta o un petto di pollo Vado anche a mangiare il sushi. Solo che per precauzione ti avviso subito, magari dopo non riesco a spiegarmi bene perché faccio fatica a parlare prima di perdere i sensi.

Sei matta, io non voglio quest'ansia. Adesso ti faccio un piatto di pasta. Ma ti sembra che mangio il pesce con il rischio che tu rovini a terra e io devo spararti una siringa nel cuore come in Pulp Fiction?

Io non sono John Travolta. Mi tremano le gambe solo a dirlo. Per questo mi hanno dato questa cosa. Dai, ho mangiato sushi settimana scorsa, ti avviso solo per precauzione, ma veramente non succede mai. È fresco il pesce, no? L'occhio era da pesce fresco, mi ha fatto anche focchiolino e mi ha detto "mangiami". È stato in macchina venti minuti, il tempo di tornare a casa e poi l'ho sdraiato nel forno. Ogni trenta secondi chiedevo: Se ti cucino il tacchino la prossima volta che devo fare, spararti una supposta con la fionda?

Lo so, sono una palla. Dev'esserlo per te, più che altro. Ormai era troppo curioso di vederla. Ne parlavo spessissimo e stava diventando una figura mitologica, un mistero leggendario. Ora sono amici, e sono le persone che frequento di più. C'è solo una cosa che non capisco riguardo all'affinità che ho con Giulia. Nonostante lei mi capisca e mi conosca in maniera veramente profonda, sbaglia sempre sui miei gusti in fatto di donne. Non so quante volte mi ha detto: Poi arrivava con l'amica e io pensavo che mi avesse parlato di un'altra.

Non poteva essere lei. Addirittura una volta non solo mi ha detto che era bella, ma che era anche la ragazza giusta per me.

Dopo averci parlato cinque minuti mi sono ritrovato a pensare: Non mi spiego come abbia potuto anche solo per un istante immaginare che quella ragazza potesse piacermi.

Questo problema con Nicola non ce l'ho solamente perché lui non mi direbbe mai: Al massimo mi direbbe: Insieme abbiamo fatto anche il "patto del cassetto". Ognuno di noi tre ha delle cose chiuse in un cassetto che non vorrebbe mai che fosse aperto. Il patto consiste nell'accordo che, se uno di noi dovesse morire all'improvviso, gli altri devono entrare in casa del defunto e far sparire il contenuto del cassetto, per evitare spiacevoli sorprese ai parenti.

In realtà, anche se lo abbiamo chiamato il patto del cassetto, nel caso mio e di Nicola è semplicemente una scatola, contiene più roba Il contenuto del cassetto di Giulia è qualcosa che sua mamma è meglio non veda. Il contenuto della scatola di Nicola sono i filmati di lui mentre fa l'amore con un paio di ex. Il contenuto della mia scatola è La sera in cui Nicola mi ha dato la notizia era a cena a casa mia.

Doveva uscire con Sara, ma nel pomeriggio lei lo aveva chiamato e gli aveva detto che non stava bene. Allora l'ho invitato a cena. Succede spesso che venga a passare la serata da me. Solitamente mangiamo e guardiamo un film. Nella mia videoteca personale si possono pescare titoli come C'era una volta in America, Quei bravi ragazzi, Il padrino. La grande guerra, I soliti ignoti, Umberto D. Con lui spesso finisce che guardiamo film come Non ci resta che piangere, Frankenstein Junior, Altrimenti ci arrabbiamo, Lo chiamavano Trinità, Vieni avanti cretino, Zoolander, Borotalco e il primo Vacanze di Natale.

Quando è entrato in casa, gli ho chiesto come stava Sara. Il primo giorno del ciclo è costretta a stare a letto per il dolore. Solamente perché ha dovuto interrompere la pillola per un po'.

Appena potrà riprenderla, non succederà più. Con la pillola si risolve il problema perché aiuta a non avere grossi sbalzi ormonali. Ma poi che cos'è il progesterone? Un animale preistorico che vive nelle caverne? Io non l'ho mai sentito e tu sai cos'è Io di canne da pesca non ne so nulla. Ma per il resto ho studiato, mi sono informato. Ma che cazzo di passione è? Come uno che è appassionato di macchine e s'intende di motori.

Scusa, ma che c'è di sbagliato? L'unica cosa che so sulle mestruazioni è che se una donna prende la pillola spesso sono più regolari, o che se vive o sta a stretto contatto con altre donne tendenzialmente poi le mestruazioni vengono nello stesso periodo. E come si chiamano? Pensa che siccome non sono mestruazioni, ma solo perdite che non servono a nulla, in America hanno inventato la pillola che te le toglie quasi del tutto. Vengono tre volte all'anno: Ti sei informato sul ciclo mestruale delle donne?

Le donne sono complicate anche per una questione ormonale molto complessa. Sapere come e quando hanno il ciclo è utile per molte cose. Poi le ovaie iniziano a produrre progesterone distruggendo tutto il lavoro che hanno fatto prima gli estrogeni. Quindi il cervello pian piano diventa sempre più lento. Il progesterone verso gli ultimi giorni del ciclo crolla. E come se l'organismo fosse privato all'improvviso di una droga calmante e le donne diventano più nervose, sensibili e irritabili.

La mia ex i giorni prima del ciclo piangeva anche solo sfogliando una rivista: Credi sia una cosa da poco sapere queste cose? Se vuoi farti due o tre giorni al mare, è meglio se ci vai verso la fine delle prime due settimane: Dimmi che non è vero che organizzi i weekend con una donna in base ai suoi scompensi ormonali Lasciatelo dire, tu sottovaluti l'aspetto biologico. Pensi veramente che non serva sapere che quando la donna è nel periodo dell'ovulazione è più sensibile al richiamo dei ferormoni maschili?

Credi sia cosa da poco? Per esempio, se a me piace una e scopro quando sta ovulando, non mi metto il deodorante. Guarda che anche tu sei condizionato dagli ormoni Ma lo sai che ci sono donne che durante l'ovulazione si passano un dito dentro e poi se lo mettono sul collo come fosse un profumo I ferormoni vaginali non li sentiamo perché vengono percepiti solamente dalla parte posteriore del setto nasale. Non ce ne rendiamo conto, ma li sentiamo. I ferormoni forniscono informazioni genetiche: A volte ti piace una donna, ma appena senti il suo odore non ti piace più.

Significa che geneticamente siete molto simili. La mia ex usava questa tattica per rimorchiare e funzionava. Chiedilo a una donna con la quale hai confidenza. Credo sia la prima volta da quando ti conosco che ti sento dire "vagina". Comunque a che ti serve sapere tutte queste cose? Vuoi dirmi che da quando le sai scopi meglio? E questi sono i tuoi argomenti di intrattenimento con le donne? Ci sono in giro uomini che ancora toccano e scopano come se dovessero rompere l'asfalto con un martello pneumatico Le incuriosisci, se non altro.

E poi sai che a me piace essere amico delle donne; e prima scopi, prima puoi iniziare un rapporto d'amicizia profondo. In ogni caso meglio scopare subito o comunque il prima possibile. Ci sono un sacco di vantaggi a farlo subito. Ce l'hai qualcosa da mettere sotto i denti mentre cuciniamo?

Ci sono degli affettati e dei formaggi, se vuoi. Quando la fai, la spesa? Saluto te, esco e vado a fare la spesa. Io saluto te, esco e vado a farmi un aperitivo. Sai che questo risotto è la prima cena calda da una settimana? Da giorni, ormai, mi nutro solo m salatini. Sto in piedi con birra e patatine. Prima che uscisse gli ho chiesto: Che succede oggi, sei guarito? Nessuno ha mai fatto un risotto ai quattro formaggi buono come il suo. Per noi era un appuntamento fisso: Da quando mi ha lasciato non ho più cucinato e mangiato il risotto ai quattro formaggi.

Per questo Nicola è rimasto stupito. Dopo che è rientrato, gli ho detto: Sara sostiene che avrei già dovuto farlo. Cioè tu hai già dei segreti con lei che riguardano me?

Non so se questo posso perdonartelo. Comunque devo dirti una cosa già da qualche giorno ma, siccome secondo me ti scoccia un po' saperla, sto cercando di trovare il momento giusto. Ho aspettato che finisse il nostro lavoro, altrimenti saresti andato nel pallone Quelli in cui bisogna imparare anche a gestire i clienti ubriachi. Per questo dopo pranzo, ogni pomeriggio, lui andava a dormire.

In casa bisognava fare piano, tutto diventava lento e leggero: Si parlava sottovoce per non disturbare. Una volta sola ho fatto i capricci e l'ho svegliato. È arrivato in cucina in mutande, spettinato e incazzato. Non l'ho più fatto. Anche perché, avendo meno confidenza con mio padre che con mia madre, i rimproveri che arrivavano da lui sembravano più gravi e mi spaventavano di più.

Per esempio, quando mia madre diceva "basta", potevo andare avanti costringendola a ripetermelo; con mio padre era sufficiente una volta: L'autori-fa paterna comunque era anche alimentata da lei, da mia madre, che spesso minacciava: Un giorno mio padre è venuto a sapere che c'era in vendita in città, in una zona residenziale, un bar con un buon giro di clienti. Un bar diverso come tipologia, di quelli che aprono presto e lavorano molto con le colazioni.

Insomma il contrario di quello che aveva: Mio padre voleva cambiare e il nuovo bar prospettava un incasso giornaliero quasi doppio. I primi tempi sono aumentati i debiti. Io ero in seconda elementare, a circa metà anno. La casa è rimasta la stessa per qualche mese, poi abbiamo traslocato. Ho finito l'anno nella mia classe e l'anno dopo mi sono trasferito in una nuova scuola. Era più bella, più pulita e d'inverno il riscaldamento funzionava sempre; a differenza di quella di prima, potevo andarci senza tenere il pigiama sotto i vestiti.

Quando ancora mio padre lavorava al bar fino a tardi, io passavo le serate solo con mia madre. Spesso le chiedevo di dormire nel suo letto, e lei mi accontentava. Mi addormentavo con mia madre, mi risvegliavo nel mio letto. Quando rientrava, mio padre mi prendeva in braccio e mi portava in camera mia. Capitava praticamente tutte le notti. Un padre che separa un bambino dalla madre gli fa nascere nell'inconscio uno strano meccanismo.

Diventa quasi un rivale con cui competere. Perché quelle notti da solo con mia madre mi avevano fatto sentire l'uomo di casa, l'unico in grado di starle vicino e di proteggerla. Dopo che mio padre ha cambiato bar, invece, ha iniziato a passare le serate con noi: Un rivale troppo grande, che non potevo sconfiggere.

Forse è stato proprio per questa situazione che in seguito, nella vita adulta, sono sempre stato competitivo con gli uomini. Mi sentivo come messo da parte, relegato in un angolo.

Non mi sembrava giusto. Lui si era intromesso tra me e mia madre. Ormai gli unici momenti in cui rimanevo da solo con lei era quando andavamo a casa prima dal bar per preparare la cena e apparecchiare la tavola.

Lei cucinava, io apparecchiavo. Era una cosa che non mi chiedeva nemmeno più di fare, sapevo che era compito mio. Un giorno ho sentito i miei genitori che parlavano fra loro e commentavano il fatto che con l'inizio dell' anno scolastico sarebbero aumentate le spese e non sapevano come affrontarle. Cartella, astuccio, quaderni, libri Nella mia testa ho iniziato a formulare il pensiero di essere un peso, di essere la causa dei problemi della mia famiglia.

Come quando i genitori si separano e i figli si sentono responsabili. Ricordo che desideravo un orologio come quello che aveva mio padre, ma non osavo chiederlo e allora me lo facevo da solo con il segno dei denti, dandomi un morso al polso. Un orologio che oltre a farmi immaginare l'ora mi faceva notare che avevo alcuni denti storti.

I libri di scuola non erano mai nuovi. Andavamo a comprarli usati sulle bancarelle o addirittura a casa delle persone. Mamma li sfogliava sotto gli occhi di un'altra madre. Erano famiglie con gli stessi problemi, donne prive di qualsiasi talento per il commercio costrette a venirsi incontro più che a barattare. Prima di iniziare la scuola lei comprava una carta plastificata e me li ricopriva. Erano tutti uguali da fuori. Per capire che libro fosse mettevo un'etichetta nel centro con la materia: Se qualche libro di cui avevo bisogno non si trovava usato e bisognava comprarlo nuovo, ero costretto a trattarlo bene; se dovevo sottolineare, lo facevo con la matita.

A volte, durante l'anno, quelli usati si scollavano e, finché mia madre non me li rincollava, andavo a scuola con il libro senza copertina, direttamente con la prima pagina a vista. Quando si scollavano le copertine dei miei libri di seconda o terza mano, la maestra mi apostrofava: A quella maestra non piacevo.

Non comprendevo esattamente come mai, forse semplicemente perché molto povero. La povertà è una condizione per cui a volte vieni respinto come fossi portatore di una malattia contagiosa. Mi distraevo e non seguivo la lezione, anche perché l'obbligo di stare fermo in un posto ad ascoltare cose che non mi interessavano mi spingeva a fantasticare. Inventavo storie di me in giro per il mondo. Sognavo di uscire a correre e giocare, di incontrare gente, di viaggiare su navi alla scoperta di terre lontane.

Mi chiedevo sempre com'era il mondo di mattina fuori dalla scuola. Io lo conoscevo solo nel pomeriggio. Sognavo di riprendermi la vita del mattino che la scuola mi stava rubando. L'abitudine di fantasticare guardando fuori dalla finestra mi è rimasta: Non riesco a stare seduto per molto tempo.

Dopo anni posso dire che una cosa sicuramente me l'ha insegnata quella maestra: Non avevo mai odiato nessuno fino ad allora. Umiliandomi mi ha insegnato l'odio. Il mio corpo ha iniziato a ribellarsi: In silenzio mi ribellavo alle umiliazioni della maestra con piccole vendette.

Una era il modo in cui scrivevo: Piegandomi anche un po' di lato. Lei ha cercato più volte di raddrizzarmi, ma alla fine non c'è riuscita e ci ha rinunciato.

Anche perché la mia grafia era bella. In quella posizione tutte le lettere, soprattutto quelle alte, erano sbilanciate in avanti, come punte d'alberi piegate dal vento. L'altra forma di ribellione era non studiare. Mia madre, d'altra parte, era più preoccupata che io fossi educato. La buona educazione per lei era tutto. Teneva il volume della televisione basso per non disturbare i vicini. Salutava sempre tutti, anche chi non salutava mai per primo.

Mi è rimasta talmente in testa questa mania delle buone maniere che la prima volta che ho preso un aereo, quando è passata la hostess e mi ha chiesto "caffè? Non potendo fare le vacanze in famiglia, qualche volta i miei mi mandavano in colonia.

Prima della partenza, mia madre cuciva su tutti i miei vestiti, mutande, calze e asciugamani le mie iniziali. In colonia ho dato il mio primo bacio, a Luciana. Ma il ricordo più forte che ho di quelle estati è meno romantico. Avevo iniziato a litigare con Piero quando a un certo punto lui mi ha detto: Quando ci hanno divisi, sono scappato via. Poi don Luigi è venuto a cercarmi. Io stavo male e mi sembrava che tutti sapessero e mi guardassero in maniera diversa. In realtà le differenze tra la mia famiglia e le altre, le avevo già notate tutte.

Finché stai in casa il mondo è quello, ma la povertà si nota di più nel confronto. A scuola, per esempio: Anche i quaderni erano di un colore unico; mio padre li comprava nei magazzini all'ingrosso dove prendeva tutto per il bar.

L'astuccio era fatto da mia madre con dei vecchi jeans. Vivevo la mia condizione e quella della mia famiglia come una malattia, una punizione divina, tanto che una domenica, quando don Luigi ci ha parlato di Ponzio Pilato che aveva detto la frase "me ne lavo le mani", ho pensato che Dio avesse fatto lo stesso con la mia famiglia.

In quegli anni indossavo sempre vestiti che erano già stati di altri: Una domenica pomeriggio siamo andati a mangiare da mia zia, la sorella di mia madre. Quando mio cugino, di due anni più grande, mi ha visto entrare, ha riconosciuto il maglione che indossavo. Era stato suo e, come tutti i bambini che nemmeno ricordano una cosa ma quando la vedono in mano ad altri la rivogliono, ha iniziato a urlare: Ha iniziato a tirarmi per il maglione, tentando di sfilarmelo.

Alla fine sono tornato a casa senza maglione. Non come quella volta che sempre lui, mio cugino, mi aveva detto che ero stato adottato e che mia madre non era la mia vera mamma. In macchina, tornando a casa senza maglione, per vendicarmi di mio cugino ho rotto una promessa che gli avevo fatto.

Ho detto a mia madre che lui staccava gli adesivi dai quadrati dal cubo magico per poi riattaccarli e fare correttamente tutte e sei le facciate. Anche le mie scarpe spesso erano usate e sempre più grandi del mio numero. Persino le poche volte che andavamo a comprarle nuove, me le prendevano un paio di numeri in più. Il commesso, per vedere se calzavano bene, schiacciava la punta con il pollice; se rimaneva la forma per qualche secondo, diceva: Ho dovuto perdere subito la brutta abitudine di frenare in bicicletta con le punte dei piedi.

Comunque anche senza quel brutto vizio le mie scarpe, che non erano di grande qualità, si consumavano subito. Solitamente si scollavano davanti. Ricordo scarpe aperte che sembravano delle bocche con quelle suole penzolanti.

Allora mio padre ci metteva della colla e poi le infilava sotto la gamba del tavolo o della credenza per tenerle pressate finché la colla non attaccava bene. Un giorno, ero già adolescente, con le scarpe da ginnastica bianche sono andato in un centro sportivo dove c'erano dei campi da tennis. Senza farmi vedere da nessuno ho sporcato le scarpe nuove di pacca con il rosso della polvere dei campi. Avevo notato che tutti i ragazzi ricchi giocavano a tennis e avevano le scarpe da ginnastica sporche di terra rossa.

Mia madre era brava anche a fare la spesa e risparmiava su tutto. Con il bar noi già riuscivamo ad acquistare molti alimenti a prezzi inferiori. Avere il bar, infatti, significava avere barattoli grandi di tutto. Tutto era in formato gigante. Il tonno preso dal rappresentante era da cinque chili. La maionese era praticamente in un secchio. Il mondo per me era sempre in dimensioni esagerate. Dopo Natale si mangiava panettone per settimane perché erano in offerta, tre al prezzo di uno.

I vantaggi del bar non erano solamente nei prezzi. Quando mi accompagnavano a scuola, chiedevo ai miei genitori di fermarsi lontano perché mi vergognavo della macchina, una vecchia Fiat A quell'età io non mi rendevo conto se una macchina era bella o no. Per me era una macchina, ma erano gli altri, prendendomi in giro, a farmi notare la differenza. Un giorno mia madre è venuta a prendermi a scuola a piedi, dicendo che il papà aveva fatto un piccolo incidente.

Niente macchina per un po', era dal carrozziere. La di papà era bianca, ma quando è rispuntata aveva il cofano marrone. Visto che non c'erano soldi per i ricambi nuovi, il carrozziere ne aveva preso uno da un autodemolitore; per mia sfortuna non era dello stesso colore, e lui per risparmiare aveva rinunciato a riverniciarlo.

Mia madre mi accompagnava a scuola la mattina con la bicolore e io durante il tragitto pian piano scivolavo dal sedile; quando arrivavo davanti alla scuola, praticamente ero sdraiato sui tappetini. Una volta sono uscito da scuola con i miei compagni e ho fatto finta di non vederla che mi stava aspettando in auto. Mi sono avviato verso casa e dopo poco ho sentito un colpo di clacson.

Fortunatamente dopo un po' mio padre ha preso una macchina nuova. Non era molto più bella, ma almeno era di un colore solo. Massimo rispetto per quella macchina: Entro e senza nemmeno fermarmi afferro il cestello all'ingresso. Se le cose di cui ho bisogno sono tante, ne prendo due. Non uso mai il carrello. Se devo comprare qualcosa al bancone della salumeria, vado subito a prendere il biglietto e in base a quante persone ci sono prima di me mi muovo nel supermercato.

A volte quando è il mio turno ho già finito di fare i miei giri tra le corsie. Non guardo mai i prezzi. Prendo sempre le stesse cose e se sono aumentate non lo noto. Gli stessi biscotti, la stessa pasta, sempre lo stesso tonno: Puoi anche fare un ulteriore passo avanti e aiutare gli ospiti a conversare sottolineando il fatto che hanno interessi simili. È uno degli inni nazionali più tristi al mondo, non ha niente a che fare con le più diffuse suonate militaresche e patriottiche. I prezzi indicati sulla vetrina LIA sono i prezzi di copertina presenti nel catalogo degli e-book in commercio e non tengono conto dei possibili sconti o promozioni che le singolo librerie online possono applicare.

Ora che siamo in estate ci sono molte volte che si mette in costume e andiamo in piscina e io la abbraccio e la tengo sulle mie gambe, lei ci sta volentieri e mi racconta sempre la sua situazione con gli altri ragazzi, in quei momenti vorrei essere io uno di loro.

Il protagonista della serie non invita semplicemente le proprie clienti a fare acquisti nel suo grande magazzino, ma offre a loro un nuovo modo di pensare lo shopping: Selfridge porta al pian terreno il reparto profumeria, uno dei più visitati dalle clienti, espone la merce e permette alle persone di esaminarla, oltre ad organizzare eventi culturali che permettessero anche a chi non fosse interessato agli acquisti di entrare nel suo centro commerciale e conoscerne le offerte.

English Your lips are really sexy, Alexander said as he was rubbing Miles' arm. Racconti erotici di donne anziane. Si chiamava The Perks of Being a Wallflower, quel film, e parlava proprio di te. Galeota è un cognome lucano presente a Matera, anche cala- brese, napoletano e a Taranto: Per la prima volta mi sono commossa leggendo le tue parole, vivendo le tue emozioni e le tue parole come se fossero anche un po' mie. Anche i reali seguono il Trono di Spade Tra le tante celebrità fan della serie, persino i reali della Gran Bretagna.

Io sono stata cieca, per me ha deciso il destino, forse una fortuna ma piuttosto umiliante e frustrante. Si verifica anche il caso inverso: Ma sentivo il bisogno di raccontare una sofferenza interiore, il lato buio, la negatività che si nasconde in ciascuno di noi. Tra i clienti della baby prostituta ci sarebbe stato pure un facoltoso cittadino russo, che, dicono gli investigatori, per qualche tempo ha frequentato Licata.

Tutto questo complica e inasprisce il confronto litigioso tra i quattro. Come ci dimostra l'incredibile vicenda dei cosiddetti "ragazzi della seconda generazione", veri stranieri in patria. Dopo 10 anni, per puro caso, ho da poco deciso di intraprendere la strada di scrittrice….

Dunque siete voi la causa di tutte le mie disgrazie perché, anche se non avevo più alcuna influenza sul signor Pons, almeno ero sicura del tedesco, che già parlava di sposarmi o di tenermi con sé, che poi è la stessa cosa.

Per tali soggetti potranno essere di grande aiuto i colloqui con un sacerdote cattolico. Prova per prima cosa a stare bene tu indipendentemente da lei, non pensare che lei ti scarica altrimenti le permetti di scaricarti.

video sexy gratuit escort bergerac Sosteneva che dipende molto dalle donne, e soprattutto dall'età. E se ne è andata. Anche se mangiavamo pesce abbiamo preferito un vino rosso: Invece non ne sei ancora capace se non per brevi istanti. Dopo che mio padre ha cambiato bar, invece, ha iniziato a passare le serate con noi:

Dopo che mio padre ha cambiato bar, invece, ha iniziato a passare le serate con noi: Un rivale troppo grande, che non potevo sconfiggere. Forse è stato proprio per questa situazione che in seguito, nella vita adulta, sono sempre stato competitivo con gli uomini. Mi sentivo come messo da parte, relegato in un angolo.

Non mi sembrava giusto. Lui si era intromesso tra me e mia madre. Ormai gli unici momenti in cui rimanevo da solo con lei era quando andavamo a casa prima dal bar per preparare la cena e apparecchiare la tavola. Lei cucinava, io apparecchiavo. Era una cosa che non mi chiedeva nemmeno più di fare, sapevo che era compito mio. Un giorno ho sentito i miei genitori che parlavano fra loro e commentavano il fatto che con l'inizio dell' anno scolastico sarebbero aumentate le spese e non sapevano come affrontarle.

Cartella, astuccio, quaderni, libri Nella mia testa ho iniziato a formulare il pensiero di essere un peso, di essere la causa dei problemi della mia famiglia. Come quando i genitori si separano e i figli si sentono responsabili. Ricordo che desideravo un orologio come quello che aveva mio padre, ma non osavo chiederlo e allora me lo facevo da solo con il segno dei denti, dandomi un morso al polso. Un orologio che oltre a farmi immaginare l'ora mi faceva notare che avevo alcuni denti storti.

I libri di scuola non erano mai nuovi. Andavamo a comprarli usati sulle bancarelle o addirittura a casa delle persone. Mamma li sfogliava sotto gli occhi di un'altra madre. Erano famiglie con gli stessi problemi, donne prive di qualsiasi talento per il commercio costrette a venirsi incontro più che a barattare. Prima di iniziare la scuola lei comprava una carta plastificata e me li ricopriva. Erano tutti uguali da fuori. Per capire che libro fosse mettevo un'etichetta nel centro con la materia: Se qualche libro di cui avevo bisogno non si trovava usato e bisognava comprarlo nuovo, ero costretto a trattarlo bene; se dovevo sottolineare, lo facevo con la matita.

A volte, durante l'anno, quelli usati si scollavano e, finché mia madre non me li rincollava, andavo a scuola con il libro senza copertina, direttamente con la prima pagina a vista.

Quando si scollavano le copertine dei miei libri di seconda o terza mano, la maestra mi apostrofava: A quella maestra non piacevo. Non comprendevo esattamente come mai, forse semplicemente perché molto povero. La povertà è una condizione per cui a volte vieni respinto come fossi portatore di una malattia contagiosa. Mi distraevo e non seguivo la lezione, anche perché l'obbligo di stare fermo in un posto ad ascoltare cose che non mi interessavano mi spingeva a fantasticare.

Inventavo storie di me in giro per il mondo. Sognavo di uscire a correre e giocare, di incontrare gente, di viaggiare su navi alla scoperta di terre lontane. Mi chiedevo sempre com'era il mondo di mattina fuori dalla scuola. Io lo conoscevo solo nel pomeriggio. Sognavo di riprendermi la vita del mattino che la scuola mi stava rubando. L'abitudine di fantasticare guardando fuori dalla finestra mi è rimasta: Non riesco a stare seduto per molto tempo.

Dopo anni posso dire che una cosa sicuramente me l'ha insegnata quella maestra: Non avevo mai odiato nessuno fino ad allora. Umiliandomi mi ha insegnato l'odio. Il mio corpo ha iniziato a ribellarsi: In silenzio mi ribellavo alle umiliazioni della maestra con piccole vendette. Una era il modo in cui scrivevo: Piegandomi anche un po' di lato. Lei ha cercato più volte di raddrizzarmi, ma alla fine non c'è riuscita e ci ha rinunciato.

Anche perché la mia grafia era bella. In quella posizione tutte le lettere, soprattutto quelle alte, erano sbilanciate in avanti, come punte d'alberi piegate dal vento. L'altra forma di ribellione era non studiare. Mia madre, d'altra parte, era più preoccupata che io fossi educato.

La buona educazione per lei era tutto. Teneva il volume della televisione basso per non disturbare i vicini. Salutava sempre tutti, anche chi non salutava mai per primo. Mi è rimasta talmente in testa questa mania delle buone maniere che la prima volta che ho preso un aereo, quando è passata la hostess e mi ha chiesto "caffè?

Non potendo fare le vacanze in famiglia, qualche volta i miei mi mandavano in colonia. Prima della partenza, mia madre cuciva su tutti i miei vestiti, mutande, calze e asciugamani le mie iniziali. In colonia ho dato il mio primo bacio, a Luciana. Ma il ricordo più forte che ho di quelle estati è meno romantico. Avevo iniziato a litigare con Piero quando a un certo punto lui mi ha detto: Quando ci hanno divisi, sono scappato via.

Poi don Luigi è venuto a cercarmi. Io stavo male e mi sembrava che tutti sapessero e mi guardassero in maniera diversa. In realtà le differenze tra la mia famiglia e le altre, le avevo già notate tutte.

Finché stai in casa il mondo è quello, ma la povertà si nota di più nel confronto. A scuola, per esempio: Anche i quaderni erano di un colore unico; mio padre li comprava nei magazzini all'ingrosso dove prendeva tutto per il bar. L'astuccio era fatto da mia madre con dei vecchi jeans. Vivevo la mia condizione e quella della mia famiglia come una malattia, una punizione divina, tanto che una domenica, quando don Luigi ci ha parlato di Ponzio Pilato che aveva detto la frase "me ne lavo le mani", ho pensato che Dio avesse fatto lo stesso con la mia famiglia.

In quegli anni indossavo sempre vestiti che erano già stati di altri: Una domenica pomeriggio siamo andati a mangiare da mia zia, la sorella di mia madre. Quando mio cugino, di due anni più grande, mi ha visto entrare, ha riconosciuto il maglione che indossavo.

Era stato suo e, come tutti i bambini che nemmeno ricordano una cosa ma quando la vedono in mano ad altri la rivogliono, ha iniziato a urlare: Ha iniziato a tirarmi per il maglione, tentando di sfilarmelo. Alla fine sono tornato a casa senza maglione. Non come quella volta che sempre lui, mio cugino, mi aveva detto che ero stato adottato e che mia madre non era la mia vera mamma.

In macchina, tornando a casa senza maglione, per vendicarmi di mio cugino ho rotto una promessa che gli avevo fatto. Ho detto a mia madre che lui staccava gli adesivi dai quadrati dal cubo magico per poi riattaccarli e fare correttamente tutte e sei le facciate. Anche le mie scarpe spesso erano usate e sempre più grandi del mio numero.

Persino le poche volte che andavamo a comprarle nuove, me le prendevano un paio di numeri in più. Il commesso, per vedere se calzavano bene, schiacciava la punta con il pollice; se rimaneva la forma per qualche secondo, diceva: Ho dovuto perdere subito la brutta abitudine di frenare in bicicletta con le punte dei piedi.

Comunque anche senza quel brutto vizio le mie scarpe, che non erano di grande qualità, si consumavano subito. Solitamente si scollavano davanti. Ricordo scarpe aperte che sembravano delle bocche con quelle suole penzolanti.

Allora mio padre ci metteva della colla e poi le infilava sotto la gamba del tavolo o della credenza per tenerle pressate finché la colla non attaccava bene. Un giorno, ero già adolescente, con le scarpe da ginnastica bianche sono andato in un centro sportivo dove c'erano dei campi da tennis. Senza farmi vedere da nessuno ho sporcato le scarpe nuove di pacca con il rosso della polvere dei campi. Avevo notato che tutti i ragazzi ricchi giocavano a tennis e avevano le scarpe da ginnastica sporche di terra rossa.

Mia madre era brava anche a fare la spesa e risparmiava su tutto. Con il bar noi già riuscivamo ad acquistare molti alimenti a prezzi inferiori. Avere il bar, infatti, significava avere barattoli grandi di tutto. Tutto era in formato gigante. Il tonno preso dal rappresentante era da cinque chili. La maionese era praticamente in un secchio. Il mondo per me era sempre in dimensioni esagerate.

Dopo Natale si mangiava panettone per settimane perché erano in offerta, tre al prezzo di uno. I vantaggi del bar non erano solamente nei prezzi. Quando mi accompagnavano a scuola, chiedevo ai miei genitori di fermarsi lontano perché mi vergognavo della macchina, una vecchia Fiat A quell'età io non mi rendevo conto se una macchina era bella o no. Per me era una macchina, ma erano gli altri, prendendomi in giro, a farmi notare la differenza.

Un giorno mia madre è venuta a prendermi a scuola a piedi, dicendo che il papà aveva fatto un piccolo incidente. Niente macchina per un po', era dal carrozziere. La di papà era bianca, ma quando è rispuntata aveva il cofano marrone. Visto che non c'erano soldi per i ricambi nuovi, il carrozziere ne aveva preso uno da un autodemolitore; per mia sfortuna non era dello stesso colore, e lui per risparmiare aveva rinunciato a riverniciarlo.

Mia madre mi accompagnava a scuola la mattina con la bicolore e io durante il tragitto pian piano scivolavo dal sedile; quando arrivavo davanti alla scuola, praticamente ero sdraiato sui tappetini. Una volta sono uscito da scuola con i miei compagni e ho fatto finta di non vederla che mi stava aspettando in auto.

Mi sono avviato verso casa e dopo poco ho sentito un colpo di clacson. Fortunatamente dopo un po' mio padre ha preso una macchina nuova.

Non era molto più bella, ma almeno era di un colore solo. Massimo rispetto per quella macchina: Entro e senza nemmeno fermarmi afferro il cestello all'ingresso. Se le cose di cui ho bisogno sono tante, ne prendo due.

Non uso mai il carrello. Se devo comprare qualcosa al bancone della salumeria, vado subito a prendere il biglietto e in base a quante persone ci sono prima di me mi muovo nel supermercato. A volte quando è il mio turno ho già finito di fare i miei giri tra le corsie. Non guardo mai i prezzi. Prendo sempre le stesse cose e se sono aumentate non lo noto. Gli stessi biscotti, la stessa pasta, sempre lo stesso tonno: Della possibilità di prendere cose diverse, me ne accorgo solamente se vado in un supermercato che non è il mio solito.

Ma è una cosa pericolosa da fare perché, se compro un prodotto nuovo che mi piace e nel mio supermercato non c'è, poi mi tocca tornare dove l'ho preso. Quando non ho fretta, invece, preferisco comprare la frutta, la verdura e la carne nei negozi. Il mio fruttivendolo è un signore sulla sessantina che fa questo mestiere da sempre. Tiene la penna infilata sull'orecchio, ormai per abitudine perché i conti li fa con il registratore di cassa. Qualche giorno fa avevo fretta e poche cose da comprare.

Ho preso un cestello al volo al supermercato e sono passato a ritirare il numero dal bancone della gastronomia. Quattro numeri mi sarebbero bastati per prendere tutto quello che mi serviva. Uscendo dalle corsie buttavo l'occhio sul display per vedere se era ora di tornare alla base o se potevo continuare.

Davanti al frigorifero dei latticini, mentre stavo per prendere lo yogurt, mi è squillato il cellulare. Hai una voce strana È una cosa che riguarda il papà. Settimana scorsa è andato a fare degli esami, dei controlli, e facendogli una radiografia gli hanno trovato una cosa Perché io lo so solo adesso?

Perché non me l'avete detto? Abbiamo pensato di non dirtelo finché non avevamo gli esiti e sapevamo esattamente cos'era. Era inutile metterti in agitazione per niente Hanno trovato una cosa che si chiama nodulo polmonare e potrebbe essere Ecco, lui dice che potrebbe essere o un adenocarcinoma o un carcinoma neoplastico.

Nel secondo caso la cosa sarebbe seria. Dovrebbe fare anche la chemio. Mamma, ma lo vedi che a non dirmi le cose per non preoccuparmi poi finisce che mi dici tutto in una volta al telefono, all'improvviso Vedrai che sarà una stupidata Ho messo giù e sono rimasto con il cestello della spesa in mano fissando il nulla davanti a me. Solo dopo qualche minuto mi sono riapparsi tutti i vasetti di yogurt con la loro bella scadenza. Sentivo in lontananza dire "trentasette Ho appoggiato il cestello a terra e sono tornato a casa.

I miei genitori sono persone riservate, educate e rispettose. Mia madre in particolare quando mi telefona mi chiede sempre se mi disturba e se posso parlare. A volte prima ancora che io abbia risposto alla sua domanda aggiunge: Non vogliono mai crearmi preoccupazioni, ma questo loro modo di proteggermi a volte è eccessivo e alla fine, come in questo caso, vengo a sapere le cose tutte in una volta, senza la possibilità di fare.

Per questo cerco di spiegare loro che è meglio se mi tengono al corrente di quel che succede, soprattutto a loro due. Una volta che ero a Cannes per lavoro, hanno ricoverato la sorella di mia madre. Quando chiamavo a casa chiedevo sempre come stava la zia e mia madre rispondeva che non dovevo preoccuparmi, che era tutto a posto. Tanto non puoi fare niente. I miei genitori sono persone semplici, non hanno mai preso un aereo, non lasciano la città dove vivono nemmeno per andare in vacanza.

Il fatto che spesso mi sentono parlare inglese o mi vedono prendere aerei più volte di quanto loro prendano la macchina fa credere loro che 10 viva in un mondo lontano e diverso, dove non posso essere disturbato dalle loro piccole cose. Dopo la telefonata di mia madre sono uscito dal supermercato senza comprare nulla e sono andato da Giulia. Quando ha aperto la porta e mi ha visto, ha pensato che stessi male. Ero pallido e sconvolto. Mi sono seduto sul divano e le ho raccontato della telefonata.

Magari è solo un adenocarcinoma e, se non ci sono metastasi, lo possono operare. Gli rimuovono il nodulo e non deve fare neanche la chemio. Non è un'operazione complicate- Anche mio zio ha avuto una malattia del genere. Tu ci capisci qualcosa? Ma cosa succede se è proprio quello? Dovrà fare la chemio, ma non ci sono molte speranze.

Prima bisogna sapere di cosa si tratta. Vedrai che è un adenocarcinoma. Altrimenti vado a casa mia a prenderne uno Vedevo la mia immagine sfumata e poco nitida riflessa nel vetro nero. Proprio come mi sentivo io. Anch'io e Nicola lo facciamo.

Si ruba da film, da canzoni, da conversazioni sentite mentre si è in coda al supermercato o su un treno. Come vampiri, i creativi succhiano il sangue da qualsiasi forma di vita. Sentono per caso una parola, una frase o un concetto e, come una lampadina che si accende, si accorgono che era proprio quello che stavano cercando. Per questo le parole di Jim Jarmusch sono la Bibbia per un creativo: Le nostre antenne sono sempre accese anche quando non lavoriamo.

Io e Nicola, oltre che stare sempre attenti quando dobbiamo iniziare una nuova campagna pubblicitaria, abbiamo un metodo che ci aiuta molto: Serve a scaldarci- E il nostro warm up. Se per esempio dico: Poi mi dice il suo elenco: Succede spesso, tranne che con la classifica delle cose volgari che ogni tanto Nicola propone: Da una classifica dal titolo Cose belle che hai visto, Nicola nell'elenco aveva messo i bambini che camminano con i trolley piccolini negli aeroporti.

Questa immagine qualche tempo fa è diventata una nostra campagna pubblicitaria. Nicola è uno che quando dice una cosa la fa. Mi aveva promesso un elenco di buoni motivi per cui è meglio fare l'amore subito con una donna.

E infatti, dopo pochi giorni, me lo ha detto: E poi fare l'amore dopo cena è un cliché. Perché le donne vogliono i dettagli. Quando ha poi finito, Nicola ha commentato: Tra uomini la domanda è: Il giorno dopo ne abbiamo parlato con Giulia, ma lei sulla domanda delle donne non era d'accordo. Sosteneva che dipende molto dalle donne, e soprattutto dall'età. Secondo lei le nuove generazioni sono più vicine alla domanda che Nicola attribuisce agli uomini. Trovandola, come dice lei, "disgustosa".

Mi diverte sempre molto il rapporto tra Nicola e Giulia. Lei è riservata, discreta, con punte anche di raffinatezza; Nicola quando c'è lei diventa ancora più spinto e volgare perché si diverte a provocarla. Entra nei dettagli, quelli che a volte sono troppo anche per me. Ma mi fa ridere molto. L'altro giorno Giulia ha chiesto se avevo della crema per le mani: Tornando, mentre si sfregava le mani ha detto: E Nicola, di rimando: Pensa che quando sento l'odore della Nivea mi viene un'erezione.

La faccia disgustata di Giulia si è fissata nella mia memoria per sempre. A Nicola piace un sacco provocare, molestare, infastidire. Anche quando ho conosciuto lei, la donna che mi ha lasciato e che tra un mese e mezzo si sposa, lui mi ha chiesto subito se me l'ero scopata e abbiamo anche avuto un mezzo battibecco perché a me non andava di parlarne. In generale di lei ho sempre parlato poco. E stata la mia storia d'amore più importante. Abbiamo anche convissuto e abbiamo capito che la convivenza in realtà peggiorava le nostre vite, la nostra storia e persino noi.

Da conviventi eravamo persone peggiori. Invece di mentire per non ferirci, abbiamo scelto di parlarne. Avremmo dovuto mentire entrambi. C'è chi lo fa: Per la precisione, lei ha lasciato me. E che a volte ci venivano dei dubbi. Tutti i nostri amici vivevano insieme, solo noi eravamo diversi.

Questo ci turbava, anche se eravamo convinti che alcuni di loro più che amarsi si sopportassero. In realtà le nostre crisi, le nostre incertezze, sono venute a galla quando abbiamo iniziato a parlare di figli.

Perché stare insieme senza figli e vivere in case diverse per noi era la soluzione ideale, ma con un figlio? Attimi di solitudine e momenti senza l'altro per noi erano fondamentali. Ci rendevano più completi, ci miglioravano. Se guardavamo i nostri amici, non li vedevamo particolarmente soddisfatti. Non dico felici, che magari è troppo, ma nemmeno soddisfatti.

Tutti ci dicevano che la loro gioia erano i figli. Un po' come se la relazione fosse il prezzo da pagare per la riproduzione. Chi aveva figli ci diceva che noi non capivamo. Spesso erano persone piene di paure, paranoie e stupidità, ma dopo qualche mese dalla nascita di un figlio diventavano improvvisamente sagge, dei maestri di vita.

Per qualsiasi cosa, in qualsiasi occasione, ti guardavano dall'alto al basso e dicevano: Io e lei di questa frase ridevamo sempre. Ci divertiva vedere come erano entrati nella parte, come recitavano bene il ruolo, tanto che usavamo la frase per tutto, come un tormentone: Il loro più che amore era compromesso, più che desiderio dovere, più che dialogo era "lasciamo stare".

Erano più quelli che stavano insieme per i figli o per paura della solitudine di quelli che veramente lo desideravano. Alla fine abbiamo deciso di provarci comunque. Stavamo quasi per rompere la nostra convivenza per prepararci ad avere un figlio quando io non sono stato all'altezza e sono crollato. Non mi sentivo pronto a diventare padre. La mia vita è stata faticosa, diciamo che ho sempre lavorato tanto e pensato poco a me stesso, a quali fossero i miei desideri.

Con un figlio avevo paura di ricominciare tutto da capo. Fare un figlio mi dava la sensazione di aggiungere altro lavoro e altre responsabilità a quelle che già avevo. E poi come potevo desiderare un figlio se stavo ancora desiderando un padre? Lei voleva un figlio proprio nel periodo in cui io invece avevo voglia di vaghezza e di levità.

E pensare che all'inizio, appena ci siamo messi insieme, io lo avrei fatto anche subito, non perché ci avessi riflettuto e mi sentissi pronto, ma proprio perché ero preso da una follia e non ci avevo pensato veramente.

Lei, giustamente, ha ritenuto che fosse meglio aspettare un po' per vedere come andavano le cose; io poi, ritornato con i piedi per terra, non me la sono più sentita. A dire la verità, penso che lei se ne sia andata non solo perché non volevo avere un figlio, ma soprattutto perché non mi lasciavo amare. La decisione era stata anche condizionata dal fatto che mi angosciava far spendere ancora soldi per i libri e tutto il resto per altri cinque anni. Non me la sono sentita.

Ho scelto di andare al bar, almeno io avevo quella possibilità. Tra l'altro, se avessi lavorato con i miei genitori, sarei costato meno di un dipendente. Mi sembrava già tutto stabilito: Lavorando con loro mi sono reso veramente conto delle condizioni in cui eravamo.

Mio padre cercava sempre di tenerci fuori da tutti i suoi problemi economici, e tante cose non ce le diceva. Mia madre non indagava più di tanto, si fidava, lo amava. Anch'io gli volevo bene, ma volevo sapere. E venivo a sapere. Eravamo sotterrati dalle cambiali. In casa e al bar, in ogni cassetto che si apriva c'era una cambiale da pagare o, in alcuni rari casi, già pagata.

Quando non si riusciva a pagarle alla scadenza, per tre giorni finivano dal notaio, dove si potevano ancora pagare aggiungendo delle spese. Se non lo si faceva entro quei tre giorni, bisognava andare in tribunale, dove per un paio di giorni era possibile fare la cancellazione dai protesti, in marca da bollo e foglio di protocollo.

Costava molto farlo e c'era tutto un papiro da scrivere. Un giorno per compilare la richiesta mi sono appoggiato a un tavolo finché un impiegato alla cancelleria, un uomo piccolo con i capelli rossi, mi ha detto: Con un gesto automatico ho abbassato la testa a mo' di inchino e mi sono scusato.

Sono uscito e per scrivere mi sono appoggiato a una panca. Ero scomodo e allora mi sono messo in ginocchio. A conclusione della richiesta bisognava scrivere: Mi ricordo bene il finale perché un giorno ho dovuto ricomprare un foglio di protocollo nuovo e riscrivere tutto dopo aver fatto un errore. Per fortuna non avevo ancora incollato le marche da bollo. Quanto darei per avere una fotografia di me in ginocchio mentre scrivevo quelle parole: Ricordo le situazioni imbarazzanti e umilianti che abbiamo vissuto, tutte le persone sgradevoli, maleducate, arroganti e presuntuose che ho incontrato.

Gente abituata a essere forte con i deboli e debole con i forti. Ricordo mio padre quando al mattino aspettava i rappresentanti ai quali doveva dei soldi e invece raccontava sempre la solita filastrocca: Una delle prime volte, mentre parlava con uno di loro, non so perché si è voltato verso di me che lo stavo fissando, e ho provato imbarazzo per lui.

Da allora quando veniva un rappresentante spesso mi allontanavo. Quante volte sono stato in piedi con mia madre alla cassa per poter prendere i soldi mancanti e correre subito a pagare prima che la banca chiudesse. A volte ne mancavano pochissimi, ma avevamo già svuotato tutte le tasche, controllato in ogni cappotto negli armadi, chiesto ad amici. Ad alcuni amici non potevamo chiedere altri soldi perché dovevamo ancora restituire quelli prestati prima, per cui era meglio lasciar stare.

Un giorno mancavano ventisettemila lire e speravamo che ogni cliente che entrava non volesse prendere solo un caffè, ma un toast, un panino, una birra. Qualsiasi cosa che costasse un po' di più. Una volta, dopo aver raggranellato i soldi, li ho messi in un sacchetto di carta, ho preso la bicicletta e sono andato di corsa a pagare. Ho rischiato di essere investito almeno un paio di volte. Era un signore sulla sessantina, alto poco più di un metro e un pisello, che mi ha guardato e ha detto: Poi ha preso il sacchetto e ha iniziato a contarli, mettendoli in ordine.

Non lo sapevo, ma stavo imparando, giorno dopo giorno, che io appartenevo alla categoria di persone che devono stare zitte e mandare giù rospi grandi come i frigobar delle camere d'albergo. Mi stava spiegando chi erano loro e chi ero io. Mi stava insegnando come si sta al mondo. Quelli erano i miei veri corsi di formazione.

Non potevo rispondere a tono perché magari la volta dopo sarei arrivato in ritardo anche solo di un minuto o due e lui avrebbe potuto dirmi che non facevo più in tempo. Invece, se ti comportavi bene, magari ti faceva la cortesia di chiudere un occhio. E dovevi anche ringraziare per la gentilezza che ti aveva usato, anche se lui non tardava certo a fartelo notare: Imparare a restare in silenzio e tenere la testa bassa: Un giorno ho portato i soldi a un notaio per una cambiale non pagata.

Lui ha rovesciato il sacchetto con i soldi sulla scrivania e ha protestato: Avrei staccato il quadretto dei Lions che stava all'ingresso e gliel'avrei fatto mangiare, chiaramente a pezzi grossi per non fargli perdere un pomeriggio a masticare. Lui che era il risultato di quelle vite sterili, piene di ipocrisia come le loro aste di beneficenza natalizie o la necessità di mettere la targhetta bene in vista su un'ambulanza o qualsiasi altra cosa donata da loro.

Un uomo schiavo del desiderio di appartenenza e della generosità ostentata. Quelle erano le mie fantasie: Infatti, anche quella volta ho abbassato lo sguardo e ho detto a bassa voce: Ormai era un riflesso automatico, non ci pensavo nemmeno più. Quel notaio era solamente un'altra persona che mi stava dando una lezione di vita.

Imparavo a reprimere la rabbia e questo mi aiutava in molte cose, soprattutto a pulire bene il pavimento del bar. A grattare e togliere le macchie, scrostare a fondo, sfregare accuratamente negli angoli, a volte anche con l'unghia del pollice, se era il caso. Persino il cesso dove andavano i clienti, quelli che spesso nemmeno tiravano lo sciacquone. Perché quello ero destinato a fare nella vita. E dovevo ringraziare che il bar era di mio padre e che avevo trovato facilmente un posto di lavoro.

Il bar apriva alle sette. Mio padre scendeva alle cinque e mezzo, io più o meno un'ora dopo. Facevamo noi i cornetti, le pizzette, i panini imbottiti. Spesso dopo la sveglia mi riaddormentavo a letto. Non mi sembrava vero che fosse già mattino, mi sembrava di essere appena andato a dormire. Speravo in un errore, speravo di averla caricata male. Allora mio padre, quando non mi vedeva scendere, telefonava a casa; veniva mia madre in camera e mi diceva: Mi alzavo di scatto e in due minuti ero giù.

Dopo le nove arrivavano le telefonate delle tre banche. Ne avevamo più di una, perché tre banche significavano tre conti correnti, quindi più blocchetti degli assegni. Mio padre poi è stato protestato e per cinque anni non ha potuto aprire un conto corrente. Fortunatamente sono diventato maggiorenne e subito ne ho aperto uno io. Fino a che, un giorno, il direttore mi ha convocato nel suo ufficio, dove mi ha tagliato la carta di credito e si è fatto riconsegnare il blocchetto degli assegni.

Sono uscito dalla banca che mi sentivo un lebbroso. Avere più di un conto corrente è indispensabile per chi non ha soldi. Quasi sempre si pagava facendo assegni postdatati. O "assegni missile", come si chiamano in gergo. Erano contro la legge, ma l'illegalità spesso è l'unica via d'uscita per certa gente. In casa eravamo diventati veri esperti su come guadagnare tempo con gli assegni postdatati: Bastava mettere una città diversa da quella della banca e l'assegno girava qualche giorno prima di essere incassato.

Una volta mio padre mi ha accompagnato in macchina a portare il bussolotto per il deposito in banca dopo la chiusura del bar. Quando ho aperto lo sportello, dentro ne ho trovato uno che non era caduto nella buca. F'ho aperto, era pieno di soldi. F'ho preso e l'ho portato in macchina. Questo è mio padre: Io ero un ragazzino e facevo fatica a capire certe cose. Fui mi insegnava questi valori ed era pieno di problemi, mentre le persone arroganti e maleducate che mi trattavano senza rispetto erano sempre vincenti e ammirate da tutti.

A me sembrava un'ingiustizia. Non capivo, ero confuso. I nuovi rappresentanti che venivano a proporre i loro prodotti al bar si informavano se mio padre fosse una persona che pagava. Tutti confermavano che mio padre faceva fatica e non pagava quasi mai alle scadenze, ma che sicuramente avrebbe saldato i suoi debiti. Un ispettore dell'ufficio d'igiene una mattina è entrato nel bar a fare dei controlli. L'anno prima era venuto e ci aveva fatto fare delle "piccole modifiche", come le aveva definite lui.

Il lavandino nella stanza sul retro, dove facevamo i panini o preparavamo le insalate, doveva essere in acciaio e il rubinetto doveva avere l'apertura e la chiusura a gomito. E nel bagno il water andava cambiato e sostituito con la turca.

Per noi spese improvvise. Per lui niente, "sciocchezze", come aveva detto prima di andare via. Quando è tornato l'anno dopo ha detto che i rubinetti a gomito non andavano bene e bisognava metterli a pedale, anche in bagno, e che forse la turca non era una cosa necessaria da mettere. È stato lei l'anno scorso a farci cambiare tutto! Io mi sono tolto il grembiule e sono corso ai giardinetti, dopo aver preso a calci e pugni un cassonetto deH'immondizia per strada.

Quando sono tornato al bar, mio padre mi ha fatto un cazziatone che mi ricordo ancora oggi. Ma le parole che mi sono rimaste più impresse erano che nella vita dovevo imparare a "mandare giù". La sua ramanzina è finita con la frase: Se quello si arrabbiava, ci faceva chiudere il bar.

Sai cosa vuol dire? Eravamo sempre ricattabili da tutti. Anche da uomini piccoli. Una mattina abbiamo preso una multa da un ufficiale dell'annonaria pari a più della metà dell'incasso giornaliero per non aver esposto sulla porta gli orari di chiusura e di apertura.

Ero sempre più incazzato. Dentro di me si stava caricando una bomba a orologeria. Avevo una tale rabbia dentro in quegli anni I miei sfoghi erano due: Allo stadio i tifosi della squadra avversaria erano tutte le persone che durante la settimana mi rovinavano la vita: La tentazione di aggregarmi agli scontri era forte, ma è durata poco, alla fine non avevo il carattere adatto per la violenza e mi fermavo alle parole. Ma come mi sfogavo! Uscivo dallo stadio senza un filo di voce. Tuttavia non ero come i ragazzi che incontravo allo stadio ogni domenica, mi sentivo diverso.

Allora ho iniziato a seguire altri amici che andavano in discoteca. In quegli anni era esplosa la moda dei paninari e l'ho presa in pieno. Già era complicato prima, adesso tutto per me diventava ancora più difficile.

Perfino le calze in quel periodo hanno iniziato ad avere un nome. Era chiaro che io un paio di Timberland o un Moncler non potevo nemmeno sognarmeli. Una volta sono andato in un negozio in periferia che aveva abiti di marca, ma con piccoli difetti. Erano comunque cari e non potevo permettermi nient' altro. In compenso avevo cinque paia di calze Burlington tarocche e un paio originali. Comprate senza dire ai miei quanto costavano. Ovviamente la domenica pomeriggio in discoteca mettevo quelle originali, finché Greta non ha capito e l'ha fatto notare a tutti dicendo: La settimana dopo non sapevo se fosse più grave rimettere quelle o le taroccate.

Alla fine non sono andato in discoteca. Non sono uscito di casa per colpa di un paio di calze: Una vita a vergognarmi. Un giorno un amico del mio amico Carlo ha fatto la festa per i suoi diciotto anni.

Carlo ha chiesto se poteva portare anche me e lui ha detto che la festa era in discoteca, che non c'erano problemi e potevo andarci anch'io. Era un ragazzo che tutti noi conoscevamo in città. Era bello, faceva judo a livello nazionale, piaceva un sacco alle ragazze ed era ricco.

La sua famiglia era una delle più ricche della città. Io ci tenevo un sacco ad andare a quella festa. Non mi sembrava vero. Ma bisognava andarci "vestiti bene". Non ricordo a chi ha chiesto i soldi mia madre, se a sua sorella o a qualche amica, comunque un pomeriggio io e lei siamo andati in un negozio enorme e abbiamo comprato una giacca, un paio di pantaloni e al posto della cravatta un Ascot; siamo riusciti anche a comprare una camicia.

Sono andato alla festa. Consumate, soprattutto sul lato esterno a causa della mia errata postura. Le scarpe svelavano la mia vera identità. Ma non solo le scarpe erano rivelatrici. C'era un'altra cosa, lo stesso problema che avrà avuto anche Cenerentola. Ho sempre pensato, infatti, che Cenerentola sarà pure andata al ballo con il vestito nuovo, i capelli con la piega perfetta, la scarpetta di cristallo, ma le mani Cenerentola, come me, avrà avuto quelle di chi strizza lo straccio quando lava il pavimento, di chi pulisce il bagno e usa i detersivi.

Le mie mani erano diverse da quelle dei miei amici, erano piene di tagli, graffi, calli. In ogni caso io ero felice di essere a quella festa. Ero eccitato e parlavo con tutti, anche se nessuno mi filava più di tanto. Si vedeva subito che ero diverso. Loro si riconoscevano al volo: Come ha il suo la povertà, quella che avevo scritta in faccia.

Mentre stavo uscendo, vicino all'ingresso, dove c'era il guardaroba, ho conosciuto Sabrina. Lei non aveva notato la mia giacca, forse perché era completamente ubriaca; fatto sta che dopo due minuti siamo finiti in una stanza a baciarci.

Dopo dieci secondi ovviamente ero già innamorato. Sono andato via dalla festa euforico. Il giorno dopo è iniziata la caccia al numero. Sapevo solo che si chiamava Sabrina, nient'altro. Carlo mi ha detto che quella ragazza era famosa per aver fatto un pompino a due ragazzi contemporaneamente durante una festa. Comunque grazie a lui ho recuperato il suo numero di casa. Ai tempi non c'era il cellulare. Il numero di casa voleva dire che quando chiamavi non era detto che rispondesse la persona che cercavi.

Poteva rispondere il fratello, la madre o, peggio di tutti, il padre. Quel giorno non sapevo ancora che i suoi genitori erano separati e che il padre non abitava più con lei.

Ho telefonato e ha risposto la madre. Posso parlare con Sabrina? Una volta, quando non c'erano ancora i cellulari, se chiamavi qualcuno ed era in bagno, spesso si diceva che stava facendo la doccia per non dire cose meno leganti. Invece adesso uno risponde anche se è seduto sulla tazza e se dall'altra parte ti chiedono che stai facendo puoi dire: Anche quando aspettavi una telefonata non è come adesso che con il telefonino in tasca te ne puoi andare anche fuori a cena.

Prima, ai tempi in cui non c'era nemmeno il cordless, se quella telefonata la desideravi tanto, praticamente ti accampavi davanti al telefono di casa. Non andavi nemmeno in bagno per paura che chiamassero proprio in quei due minuti. Perché, se chiamava qualcuno, non è che poi potevi recuperare il numero della telefonata persa. Quando era persa era persa e iniziavi una serie di chiamate: E dire quella frase a una persona che ti piaceva sembrava subito una scusa.

Oltre alle lunghe attese passate quasi sempre scarabocchiando con la penna la guida telefonica o facendo il dente nero al sorriso di qualche attore o presentatore tv trovato su una rivista, la cosa brutta del telefono di casa era che dovevi parlare senza poterti allontanare.

E spesso dovevi farlo di fronte a tutto il nucleo famigliare. Sognavi di avere quei telefoni dei film americani, in cui il filo era lungo una decina di metri. Infatti le persone che hanno vissuto in quegli anni appena avuto un cellulare iniziavano a camminare mentre parlavano e a fine telefonata li ritrovavi lontani chilometri.

So di persone che stavano parlando al cellulare e si sono perse: Ho aspettato la telefonata di Sabrina con la paura che non richiamasse. Appena mi sono allontanato dal telefono, lei ha chiamato. Ha risposto mia madre, che mi ha subito avvisato: La frase da dire l'avevo preparata prima e ripetuta almeno venti volte per spararla a memoria.

Al "pronto" mi sono scordato tutto. Anche perché lei mi aveva richiamato senza sapere chi fossi, visto che la prima cosa che ha detto è stata: Non so se ti ricordi di me, ci siamo incontrati alla festa di Alberto. Più tardi se vuoi vado in centro e ci vediamo davanti al teatro verso le quattro, va bene? Ho spiegato a mio padre che quel pomeriggio dovevo andare via alle tre e mezzo e alle quattro in punto ero davanti al teatro.

Con Sabrina mi sono fidanzato. Siamo stati insieme quasi due settimane. Il primo pomeriggio che sono andato a casa sua avevo il terrore che a un certo punto spuntasse fuori qualcuno a ridermi in faccia, che fosse uno scherzo. Magari organizzato dagli stessi che avevano riso della mia giacca. C'ho messo quasi una settimana a fidarmi e capire che era tutto vero: Insomma, non ero abituato a una cosa bella e mi insospettivo subito. Mentre la baciavo, a volte aprivo gli occhi per vedere dove fosse la fregatura.

A me sembrava impossibile che dicessero quelle cose di lei. Era troppo bella e troppo gentile. Ho avuto anche la tentazione di chiederglielo, ma alla fine non ho avuto il coraggio e poi forse non volevo veramente sapere. Ho anche pensato che forse lo faceva per dare un dispiacere ai suoi genitori. Soprattutto a suo padre, che se ne era andato di casa per la sua giovane segretaria. Come nel più classico dei luoghi comuni. Poi, un giorno, io e il mio amico Alessandro ci siamo accorti di una strana coincidenza.

Eravamo fidanzati con la stessa ragazza. Siamo andati subito a una cabina telefonica e l'abbiamo chiamata. Alessandro mi sembrava arrabbiato. Se ci fosse una classifica delle donne che mi hanno fatto soffrire di più, Sabrina sarebbe ai primi posti, anche se stavamo insieme da poco più di dieci giorni. Ma la delusione è stata enorme. Quella è l'età in cui il cuore è ancora tenero e ci vuole poco per distruggerti. Il giorno dopo mi ha chiamato al bar e mi ha chiesto di andare a casa sua.

Sabrina mi ha chiesto scusa, dicendomi che, a differenza di Alessandro e di quelli prima di lui, io ero l'unico che la capiva. E che ero un ragazzo dolcissimo, diverso da tutti gli altri che volevano solo portarsela a letto. Infatti con Alessandro lo aveva fatto e con me no, perché io romanticamente passavo il tempo con lei a parlare e a prometterle amore eterno. Per farsi perdonare e convincermi a non lasciarla, ha provato a farmi un pompino.

Io come uno stupido ho rifiutato, lei allora ha tirato fuori da un cassetto un maglione che mi aveva comprato. Quando l'ho visto mi è venuto un soffio al cuore.

Era un maglione blu, sul davanti aveva dei rombi colorati. Era di Les Copains. Non era tanto il maglione in sé, ma quello che rappresentava. Era il maglione che avevano tutti quelli che non andavano la mattina a fare le cancellazioni delle cambiali, quelli che non avevano mai visto un direttore di banca incazzato, quelli che erano i figli di coloro che prendevano a calci in faccia me e mio padre, quelli che non avevano mai pulito un cesso in vita loro o strizzato uno straccio.

Quelli che avrei dovuto odiare e invece invidiavo: Lei lo sapeva e aveva giocato l'asso. Quel maglione ha messo in crisi la mia dignità. Ho detto che ci dovevo pensare Non sono più tornato con lei. Non ce l'ho fatta a perdonarla. Ma il maglione l'ho tenuto ugualmente. Come mi stava bene. A volte succede che amiamo una persona più per il bene che le abbiamo fatto che per quello che ha fatto a noi.

Non lasciandomi amare, io le negavo questa possibilità. Quando stavo con lei, spesso dicevo che avevo bisogno del mio spazio. Poi ho capito che era lei il solo spazio di cui avevo bisogno. Lei mi ha lasciato due volte. Quattro mesi prima di quella definitiva, infatti, ci aveva già provato. Ricordo le sue parole prima di andarsene, a proposito delle mie paure: Non è una lavatrice che se si rompe qualcuno te la ripara.

Se si rompe, si rompe. Puoi stare fuori dalla vita, costruendoti un mondo di certezze, ma è solo un'illusione. Quando se ne è andata la prima volta, era già da un po' che entrambi avevamo capito che una fine era necessaria. Io non sono stato capace di uccidere una parte di me e ho ucciso la nostra storia.

Non sono stato capace di essere alla nostra altezza. Dopo che è andata via io sono impazzito. Non ero più in grado di vivere senza di lei. Ho fatto di tutto per convincerla a tornare da me. Sono andato a comprare della vernice rossa e ho disegnato un cuore sul marciapiede davanti a casa sua. L'ho martellata di telefonate, di messaggini e di fax con disegni in ufficio.

L'ho aspettata sotto casa, seduto su marciapiede, di fianco al cuore rosso. Le ho spedito fiori, anelli, matite colorate, bolle di sapone, e soprattutto certezze. Ho riempito di chiamate anche le sue amiche, anche a loro ho chiesto aiuto. Una volta sono stato tutta la notte sotto casa sua, completamente ubriaco, chiedendole di farmi salire, perché volevo fare un figlio con lei. Alla fine l'ho convinta. I primi giorni sono stati come dovrebbe sempre essere.

Fare l'amore, cenare, aspettarla a casa dopo il lavoro. Ho provato l'immensa gioia di amare essendo amato. Poi non ho retto, e lentamente tutto è tornato come prima. Ce ne siamo accorti subito, lei ci ha voluto credere ancora un po', ma poi se n'è andata di nuovo.

II giorno dell'addio, sulla porta di casa si è voltata, mi ha fissato per un istante con le lacrime agli occhi e mi ha detto: Ancora non mi sembra vero di essere tornata. La verità è che all'inizio della nostra storia è stato bello e intrigante giocare con la tua fantasia, il tuo modo di fare e di vivere. Pensavo che sarei riuscita a farti cambiare certe idee, ho avuto la stupida presunzione di pensare che sarei riuscita a farti diventare come tu meriti di essere.

Forse ti ho idealizzato, sopravvalutato Per la prima volta mi sono commossa leggendo le tue parole, vivendo le tue emozioni e le tue parole come se fossero anche un po' mie.

Anche i reali seguono il Trono di Spade Tra le tante celebrità fan della serie, persino i reali della Gran Bretagna. Io sono stata cieca, per me ha deciso il destino, forse una fortuna ma piuttosto umiliante e frustrante.

Si verifica anche il caso inverso: Ma sentivo il bisogno di raccontare una sofferenza interiore, il lato buio, la negatività che si nasconde in ciascuno di noi. Tra i clienti della baby prostituta ci sarebbe stato pure un facoltoso cittadino russo, che, dicono gli investigatori, per qualche tempo ha frequentato Licata. Tutto questo complica e inasprisce il confronto litigioso tra i quattro.

Come ci dimostra l'incredibile vicenda dei cosiddetti "ragazzi della seconda generazione", veri stranieri in patria. Dopo 10 anni, per puro caso, ho da poco deciso di intraprendere la strada di scrittrice….

Dunque siete voi la causa di tutte le mie disgrazie perché, anche se non avevo più alcuna influenza sul signor Pons, almeno ero sicura del tedesco, che già parlava di sposarmi o di tenermi con sé, che poi è la stessa cosa. Per tali soggetti potranno essere di grande aiuto i colloqui con un sacerdote cattolico.

Prova per prima cosa a stare bene tu indipendentemente da lei, non pensare che lei ti scarica altrimenti le permetti di scaricarti. Parliamo continuamente di loro e qualsiasi cosa succede lo paragoniamo a quello che succede nella mitica cittadina.

Brevi storie da leggere in due minuti, ambientate in contesti quotidiani: Qui da noi sa muscerda è inoltre lo sciame di moscerini che si ritrova intorno ai tini durante la fermentazione del mosto. Assolutamente rarissimo, sembrerebbe piemontese, origina- rio della Val d'Ossola. Da nuovo iscritto inizio subito con la recensione di uno dei manga esemplari della Takahashi, Maison Ikkoku ignominiosamente noto da noi come "Cara dolce Kyoko".

VAE SU Vae su par na stradea storta cate na caoreta morta coa pee me vestiso coa carne me impasiso coe buee faso tante de cordee coe rece faso tante de tece coi oci faso tanti de goti. L'artista vincitore del concorso ebbe la fortunata idea di realizzare, all'ingresso del presepe di dimensioni notevoli, quasi a grandezza naturale un chiosco ricoperto di vischio, sotto il quale gli sposi avrebbero fatto il solenne giuramento del matrimonio.

Secondo Ismael Saz si possono distinguere tre fasi nella relazione tra politica estera del franchismo ed evoluzione del ruolo della Falange.

Un lento disvelarsi che segue parallelo il ricordo della vicenda del padre che, come Giacomo Colnaghi, fu dominato dal desiderio di trovare un senso, una verità. Non mi basteranno due occhi per piangere di Angelica Paolorossi Non mi basteranno due occhi per piangere è uno stato.